La vita della forma   di Roberto Kengaku Pinciara
Riflessioni riguardo i Kai   di Roberto Kengaku Pinciara



La vita della forma
La vita della forma
| Forma aperta e forma chiusa | La postura ideale | Soggettivamente universale | La prospettiva, le proporzioni, le parti del corpo | La natura modifica naturalmente

La vita della forma

Credo che ogni cosa nell’universo abbia un suo modo d’essere, unico e proprio, e questo esclusivo modo d’essere fa sì che ogni cosa viva autenticamente se stessa. Ogni tentativo di imitarla diventa falsità, disarmonia e conflittualità. Quando le persone non vivono autenticamente il loro modo d’essere, soffrono. Ma questo deve suonare come un “kōan”, perché nella realtà le persone giudicano insufficiente quel loro modo d’essere, cercano sempre qualcosa all’esterno e questo li fa sentire ancora più poveri. Anche se proprio il senso di insufficienza esistenziale è spesso la spinta a cercare prima e percorrere un cammino poi. Ed è a partire dal porsi in cammino che si schiude un nuovo orizzonte e un nuovo modo di vivere. Questo non solo per lo zazen, ma in ogni vita che si mette in gioco, con sincerità, nei percorsi spirituali delle altre religioni universali.

Devo le mie riflessioni, naturalmente, alla pratica dello zazen ma anche all’esperienza che da più di dieci anni sto facendo a stretto contatto con i miei pazienti. A questo proposito non posso trascurare l’ispiratore e ideatore del metodo di fisioterapia che pratico, il mio insegnante, che ha contribuito con la sua grande esperienza alla mia formazione riguardo alla lettura del corpo in una chiave decisamente diversa dal consueto. Mi sembra doveroso segnalare che non tutto in questo scritto è farina del mio sacco, le elaborazioni forse, ma certo non la sorgente delle ispirazioni.

Il mio punto di partenza discende dal fatto che io credo che ciascuno debba vivere se stesso e “creare naturalmente” la propria postura. Questo scritto, nel suo complesso, gira attorno a questa convinzione. Che è esperienza e ragionamento.

Debbo fare degli esempi.
Non solo i tratti somatici parlano della storia e della cultura di un popolo o di una persona, anche la struttura fisica ci dice dell’ambiente dove quella persona è cresciuta: le esigenze ambientali influenzano la struttura fisiologica degli individui. La storia dell’umanità è un continuo divenire e una continua trasformazione, questo non solo a livello di conformazione fisica, ma anche a livello di struttura mentale o psicologica.
L’essere umano ha imparato nei millenni a convivere col pianeta, è cresciuto insieme al luogo in cui viveva, così ha sviluppato modi differenti di vivere.
Poi, a seconda dei mestieri che lo hanno visto impegnato per la sopravvivenza, ha assunto modi di essere differenti; così, possiamo osservare differenze tra il modo d’essere del guerriero e quello dell’agricoltore, quello del religioso e quello del commerciante, del medico, del politico.
Tutti questi modi d’essere sono contraddistinti da diverse attitudini mentali, basta guardare la diversità di pensiero tra il religioso ed il politico: il primo va anche contro ogni senso comune, nel tentativo di vivere una vita nel dono e nella carità, manifestando e proteggendo quel modo d’essere che nel vivere la vita in maniera non condizionata dal desiderio e dalla ripulsa va verso gli altri, verso quel incontro con l’altro nel rispetto della sua unicità. Il secondo dovendo mediare tra diversi interessi segue percorsi di tutt’altro genere. È evidente poi la diversità tra un soldato e un medico: l’uno toglie la vita, l’altro fa di tutto per sconfiggere o ritardare la morte.
Queste attitudini mentali insieme alle rispettive professioni, hanno generato anche posture corporee differenti. Anche se non sempre in ordine sequenziale ma piuttosto simultaneamente: non necessariamente prima vi è una pratica e poi si genera quel determinato modo d’essere che scaturisce dalla pratica, anche se questo è il modo consueto di pensare. Nel vivere una certa esperienza, simultaneamente già appare il modo d’essere corrispondente che è anche postura. Quella postura è già nell’atteggiamento mentale e quel atteggiamento mentale è già nella postura.


Forma aperta e forma chiusa

A noi interessa capire se l’uomo di oggi, con la sua struttura psico-fisica può ancora assumere correttamente la posizione seduta del Buddha, trasmessaci fedelmente dalla tradizione.
Quali possono essere i fattori fisici e psico-fisici che ci rendono difficile, se non impossibile non ostante il più volte affermato principio di universalità, seguire un percorso religioso come quello descritto dal maestro Dōgen?
Per entrare nel discorso che ci riguarda, prendiamo in esame alcune patologie. Se analizzi una persona affetta da scoliosi infantile, scopri il più delle volte qualcosa di fortemente conflittuale nel rapporto con uno dei due genitori. Per esempio, nel caso di un bambino incapace di esternare attraverso la ribellione il suo disagio per la conflittualità che può nascere dalla disarmonia tra i genitori o per il rapporto difficile con uno di essi, a volte vediamo che il conflitto psicologico lo contorce dal di dentro sino a creare la cosiddetta scoliosi. Immagina una pianta che cresca in un ambiente ostile, la vedrai contorcersi per sopravvivere alle avversità: è la natura. Ed è altrettanto interessante osservare come, a mano a mano che la persona tende a ritrovare l’equilibrio posturale attraverso esercizi idonei e la fisioterapia appropriata, vengono a galla blocchi psicologici, paure, violenze subite.

Quando il “modo d’essere” acquisito negli anni -che è forma fisica e forma mentale- è più forte del desiderio di raddrizzarsi, la persona rinuncia per paura, perché sino a un certo punto ci è arrivata e sa gestirsi, ma se gli cambi la postura (e la postura corrisponde al modo d’essere), che succederà? È il panico dell’ignoto.
Se è generalmente vero che tutte le persone affette da scoliosi desiderano migliorare posturalmente la loro situazione, non è altrettanto comune che le stesse accettino di fare un percorso psicologico per ‘chiarire’ e comprendere le cause che hanno generato quel problema; ciò è dovuto anche al fatto che le cause sono spesso troppo lontane nel tempo e hanno messo radici profonde.

Naturalmente ci sono casi di scoliosi a carattere tipicamente posturale, vedi quelle nate tra i banchi di scuola, o quella del fornaio che inforna il pane da quando era bambino: le bocche dei forni erano basse, si inforna sempre dalla stessa parte e così le posizioni che assumeva erano sempre asimmetriche… In queste cose però non bisogna mai essere troppo categorici perché ci sono tantissimi fattori interdipendenti che possono causare una deformazione a livello rachideo, li potremmo chiamare fattori karmici: attitudini posturali, psico-posturali, fattori traumatici ed ereditari.
Un mal di schiena da ernia discale (è un modo di dire, poiché spesso un ernia discale nel tratto lombare crea parestesie agli arti inferiori e non dolore direttamente nel punto dell’ernia) è spesso proprio di chi fa lavori pesanti con la schiena o di chi è in soprappeso abbondante. Ogni patologia vertebrale acquisita è propria di quella professione o di quel modo d’essere.
Poi ci sono le cosiddette curve fisiologiche da considerare. Una perdita della fisiologica lordosi lombare, per esempio, poiché riduce l’elasticità è spesso causa di compressione intervertebrale e se il soggetto esercita una professione tipo l’agricoltore ed usa il trattore a cingoli (privo di sospensioni) sicuramente è a rischio di ernia discale (generalmente 4°-5° Lombare e 5°- 1° Sacrale). Se prendiamo in esame le curve fisiologiche in un soggetto che pratica metodicamente zazen, si può notare la tendenza ad una perdita della lordosi lombare dovuta alla particolare postura seduta sul cuscino rotondo.

Ma anche qui non possiamo generalizzare poiché altri fattori intervengono a rompere le uova nel paniere: la facilità ad assumere la postura a gambe incrociate dipende anche dalla scioltezza delle anche, dall’elasticità dei legamenti, dalla mobilità del bacino, ecc. Le donne spesso hanno meno difficoltà degli uomini ad assumere la forma seduta a gambe incrociate grazie ad una diversa conformazione del bacino.

Le nostre difficoltà nascono dal nostro karma, vale a dire da come abbiamo vissuto in passato e come viviamo. Un fattore importante è l’alimentazione: noi siamo più carnivori dei popoli orientali e la carne indurisce i legamenti. È altrettanto importante come abitualmente ci sediamo; anticamente le sedie venivano usate solo nei momenti particolari. Certamente abbiamo perso, rispetto ai nostri avi, il contatto con la terra. Se vogliamo guardare anche ai dettagli, da quando l’uomo ha iniziato a portare pantaloni stretti sono iniziati particolari problemi alle anche: prima l’uomo andava a cavallo o a dorso di mulo, oggi nelle cosiddette comode autovetture le anche sono sempre chiuse. Dobbiamo chiederci: da dove nasce la così comune abitudine di accavallare, ossia chiudere, le gambe quando siamo seduti? Il nostro corpo non dimentica mai nulla delle posture che ha assunto durante la sua storia. Credo che lo stare seduti per terra (noi veniamo da lì) sia ancora nel nostro DNA e questo lontano ricordo influenza certi atteggiamenti corporei inconsci. Riguardo all’accavallare le gambe, vi è in quel gesto l’assecondare un desiderio di protezione, quindi di chiusura. Quando eseguo sui miei pazienti trattamenti rilassanti, noto che se la persona lo desidera realmente e quindi collabora, si stende con le braccia lungo i fianchi e le gambe distese parallele tra loro, quando invece c’è un qualche rifiuto, paura, sfiducia, tende ad accavallare le gambe una sull’altra e in certi casi addirittura chiude le braccia sul petto.

Torniamo al bacino; se consideriamo le forme dell’uomo nella storia, vediamo come a poco a poco si sia ristretta, ridotta la conformazione del bacino. Questo, a parer mio, grazie alle nostre tante comodità che hanno reso più gracile la nostra struttura. L’uomo forte ha sempre avuto un forte bacino: questo è ben evidente nelle statue di Michelangelo.

Noi abbiamo bisogno di “aprire” le gambe (cioè di aprire il bacino) come abbiamo bisogno del silenzio, così come abbiamo bisogno del buio per riposare. Io dico che anche se hai la testa dura e chiusa, se impari e continui ad incrociare le gambe nella postura dello zazen, alla fine quel maledetto cranio finirà con l’aprirsi: occorre aver fiducia nel linguaggio del corpo. E se si è arroganti e collerici, basta prosternarsi sino a terra (come nella liturgia buddista) una trentina di volte al giorno e alla fine anche quell’attitudine arrogante svanirà.

Ricordo una mia cara amica e paziente che, affetta da una grave artrosi alle ginocchia che le impediva la flessione degli arti inferiori se non con dolore, in una visita fatta da un medico specialista ortopedico si era sentita dire che lei era stata in gioventù una donna di carattere forte che non si lasciava piegare dalle difficoltà e questo fatto caratteriale si era manifestato nelle ginocchia. Lei ammise che nella sua vita non aveva mai chiesto scusa a nessuno, non si era mai “inginocchiata” davanti a nessuno.

Perché asserisco questo in modo così deciso? Perché ciò che vive il corpo è più forte di ogni convinzione razionale, perché il corpo interagisce direttamente con l’inconscio e viceversa.

Ecco perché la malattia, o perdita dello stato di salute intesa come alterazione della forma, della struttura, della funzione di un organo o dell’intero organismo, che spesso è vista unicamente come fatto negativo che si contrappone a quello positivo di salute, secondo un diverso approccio è invece importante per l’organismo perché segnala qualche problema in corso. Puoi salvarti la vita grazie ad una “sana” malattia.


La postura ideale

L’adesione di ciascuno di noi alle posizioni ideali dette loto e mezzo loto (kekkafuza e hankafuza) è un problema sociale e soggettivo, anche se i due aspetti sono ovviamente collegati.

Se di quello sociale abbiamo segnalato genericamente le cause, vediamo ora quello soggettivo.

Abbiamo detto che se desidero accostarmi al modo d’essere del Buddha mi devo anche chiedere cosa questo significhi, per esempio sotto l’aspetto della nutrizione, del lavoro da scegliere per sostenermi, come sedermi e come camminare. La camminata mostra sempre il carattere di una persona. E’ molto interessante osservare come dalla camminata si possano comprendere probabili patologie future. Non dobbiamo dimenticarci che le persone spesso credono che tutte le funzioni motorie del nostro corpo siano scontate, non ci si chiede mai abbastanza a quali sforzi l’intero organismo si sottoponga continuamente per soddisfare “quel imbecille che sta là in alto” (sto parlando dell’io…).

Il corpo è un organismo vivente e come tale continua a modificarsi a seconda delle necessità.

Se si osserva camminare una persona affetta da paraplegia, è sorprendente: il suo corpo è completamente storto, sbilanciato, sfida ogni legge di gravità, tuttavia cammina! Per camminare occorre essere dritti e per dritti si intende che i piedi vanno sempre verso il basso e la testa sempre verso l’alto. In certi casi è assolutamente difficile, tuttavia l’essere umano ci riesce. Nella costruzione dei robot, se non c’è un perfetto equilibrio, proprio nel senso della posizione del baricentro teorico tra i vari componenti di quella macchina, il robot non sta in piedi. Invece possiamo camminare con un peso mobile in braccio, che sposta continuamente il baricentro di tutto il sistema e non cadiamo. Questo perché nel corpo umano c’è una energia irriproducibile che rende il corpo vivo. Vivo significa adattabile continuamente, saggiamente adattabile.

Faccio un esempio personale. Sebbene io faccia il mestiere di manipolatore seguendo un insegnante che lavora e insegna un metodo che si basa sull’energia, non ho ancora oggi pienamente trasformato il mio corpo secondo le sue indicazioni, col risultato di rovinarmi la schiena.

Qualche tempo fa dissi al mio insegnante che non ce la facevo più con il mio male di schiena e se non trovavo una soluzione avrei dovuto smettere. Sono ormai molti anni che soffro nel tratto lombare. Ogni volta lui mi manipolava e mi rimetteva a posto invitandomi a cambiare modo di lavorare, diversamente rischiavo una paralisi.

L’ultima volta ero davvero preoccupato e dopo la solita lamentela ho ricevuto solo una risposta verbale: «Se non cambi il tuo modo d’essere finirai davvero paralizzato, non ci scherzare». E niente manipolazione…. Non chiedermi cosa sia successo ma l’espressione «se non cambi modo d’essere….» mi ha illuminato: da allora qualcosa dentro di me è cambiata, perché quel messaggio mi ha permesso di modificare la postura e posso dire di non soffrire più di quei mal di schiena. Quello che voglio dire è che la risposta mi è giunta proprio quando la domanda era forte, o abbastanza sincera.
Molto tempo fa ebbi un incidente al ginocchio destro praticando ju jitsu, e poiché ero solito fare zazen portando sempre la gamba destra sulla coscia sinistra, ne nacque un problema. Così, messo spalle al muro da quel incidente, nonostante non credessi di poterlo fare, mi sono deciso ad usare la gamba sinistra.
Credo che non possiamo avidamente ‘prendere’ la postura del Buddha (come dei ladri) tralasciando tutto il resto, tutto quello che ci permette di sedere in quel modo. E tutto ‘il resto’ è appunto ‘un modo d’essere’.


Soggettivamente universale

Ho visto sul mio corpo una trasformazione via via che studiavo e mi dedicavo a questo lavoro (parlo del lavoro professionale) e un poco alla volta, aimé mi si sono chiuse le anche: faccio sempre più fatica a stare seduto nella forma dello zazen. A parer mio, “lavoro più di quel che pratico” e l’energia si localizza in certi punti del corpo anziché altri: ho appreso qualcosa e ho perso qualcos’altro. Quando faccio zazen, durante i sesshin , vivo più intensamente la mia libertà interiore e sto bene, ma capisco che lentamente il karma, tutto quello che faccio nel resto del tempo, mi cambia. Nel mio modo di lavorare devo necessariamente “chiudere” l’energia per trovare la compattezza nell’azione che devo eseguire, certo devo anche lasciare aperta la mente per sentire, ma il corpo deve “chiudere”, così alla fine si sviluppa una sorta di rigidità e lo vivo nella postura, almeno per quello che riguarda la scioltezza delle anche.

Se per compensare faccio più pratica, più zazen, per esempio durante il periodo dei sesshin d’estate, poi non mi ritrovo più quando riprendo il lavoro. Mi è così difficile spiegare queste cose che pure vivo e sperimento con tutto me stesso, che nel comunicarle ad altri temo persino che pensino che stia vaneggiando. Ma quando ne parlo con il mio insegnante lui comprende, perché vive la stessa esperienza.

Aprire le gambe non è solo aprire le gambe, bisogna studiare la postura per comprendere cosa significa a livello psicologico. Il corpo è vivente, è la Via stessa, e trovare la postura corretta significa trovare il proprio modo d’essere corretto. Come aprire le mani: non significa solo aprire le mani, come ben sai. Quando il mento si alza significa arroganza, quando la testa è bassa, mortificazione, una schiena curva parla non solo di sé stessa ma anche di chi la porta, dello stato d’animo, della storia della persona. Sai, nessuno può vedere la sua schiena…..
Ci sono rughe del viso che parlano di saggezza e maturità, altre che parlano di sofferenza…
E’ interessante chiedersi come vive una persona dentro questo nostro ridicolo corpo: ciascuno si ricopre per meglio sopravvivere e per meglio ingannare….

Ciascuno porta a spasso per le vie del mondo questo suo corpo abbastanza goffo, cercando attraverso le proprie attitudini di soddisfare una sete di universalità che non troverà mai in quel modo d’essere pubblicizzato, strumentalizzato dai media, e nemmeno in quello stravagante che promette false realizzazioni.

Kōdō Sawaki diceva che siamo un sacco di pelle riempito d’ossa. Ebbene questo sacco di pelle riempito d’ossa è un libro aperto per chi lo sa leggere. Ogni cosa che viviamo, che “entra” attraverso i sensi e le rispettive porte, lascia una traccia nel corpo. Perché il corpo non è solo il corpo come noi lo pensiamo: una attenta osservazione ci dice delle caratteristiche di una persona, se ha una buona vita o meno, se è una persona aperta o meno. È il linguaggio del corpo. Non dovremmo dimenticare che noi dedichiamo molto tempo ai nostri “affari”, ai tanti interessi, ma l’indicazione del Buddha non era di dedicarci solamente agli interessi dello spirito?

Certo, tutto l’universo è “una intera perla brillante”, non c’è nulla da scartare, nulla che non vada bene così com’è, ma se la nostra attenzione è su come fare denaro o posizione sociale o come conquistare donne e uomini, o anche solo come sopravvivere in questo mondo, credo che la ricerca della Buddhità sia solo un interesse intellettuale. Tanto più allora è errato l’addentrarsi nello studio approfondito della postura senza considerare la postura della nostra vita, perché si finirebbe per strumentalizzare la pratica dello zazen. Adeguarsi alla pratica, tendere sempre più alla pratica della Via, significa porre in gioco tutto; adeguare invece la pratica alla nostra vita significa cercare giustificazioni, mettersi di lato anziché in discussione.

Il mio parere è che dovremmo studiare con il nostro corpo. Studiare, sperimentare e vivere sono una stessa cosa (Shin Jin Gakudō , ovvero: Apprendere la via con corpo e mente).

Il Buddha dice: siediti qui, affianco a me, e sarai come me. Noi abbiamo corpo, tendini, muscoli diversi, ma l’atteggiamento mentale o spirituale è fondamentale, quello è universale, oserei dire “soggettivamente universale”. Ognuno praticando lavora su se stesso con se stesso, quando il corpo matura l’esperienza necessaria allora la coscienza giunge alle conclusioni appropriate, sull’impermanenza.

Noi ci poniamo il problema della postura fisica, ma potremmo parlare allo stesso modo anche dell’attitudine alla sonnolenza, alla dissipazione mentale e altro, anche questo ha a che fare con la corporeità. Quando, durante zazen, la sonnolenza o il torpore ci assalgono, la testa cade in avanti, il dorso perde il tono corretto, le mani cadono in avanti, i gomiti si attaccano ai fianchi perdendo tono. Quando l’eccitazione ci cattura, il mento si alza, i pollici spingono troppo l’uno contro l’altro e il corpo si muove.


La prospettiva, le proporzioni, le parti del corpo

In un cammino spirituale le difficoltà dovute alla postura, da una parte sono chiare manifestazioni dello stato mentale e sono irrilevanti se viste da un altro punto di vista. Pensiamo per esempio ad una persona che giunta alla fine della sua vita decida di pregare dio e messasi in ginocchio raccolga tutta la sua mente, la sua energia per rivolgersi a dio, e, dopo poco cominci a preoccuparsi del dolore alle ginocchia….sarebbe proprio poco credibile.

Nei momenti in cui la mente è concentrata, cioè: è aperta ma non si muove, non si attarda sui pensieri, non si arresta, non segue una cosa o l’altra…. allora il corpo e lo spirito sono tutt’uno, come gettati senza sostegno nel silenzio dell’esistenza, o nel silenzio della vita e della morte, o come la si vuol chiamare.
Il dolore, e dovremmo distinguere tra dolore psicologico e dolore fisico, si manifesta quando la mente crea una separazione tra la postura e uno stato mentale ideale, immaginario. Tra la realtà, il qui ed ora, e la sua rappresentazione.
Per essere più chiari, quando a causa di un problema fisiologico, un incidente per esempio, provo dolore ad un ginocchio perché ho un menisco rotto o “pinzato”, oppure ho uno schiacciamento vertebrale e nella postura seduta la compressione è maggiore che nella postura eretta, allora provo un dolore, un fastidio fisico che però incide sulla condizione mentale. Quando a causa del lavoro o dei rapporti famigliari sono agitato mentalmente, lo stare immobili, silenziosamente fermo, diventa quasi insostenibile, allora provo una difficoltà, un dolore psicologico. Alla lunga il dolore psicologico si manifesta anche nella sfera corporea.

Chiarito che per praticare la Via del Buddha, il cuore e la mente del Buddha sono essenziali, è altrettanto evidente che noi, abitanti nel XXI secolo, possiamo incontrare delle serie difficoltà posturali e non.

Prendendo in considerazione, per esempio, l’articolazione dell’anca, possiamo notare che col passare degli anni le rime articolari (per rime articolari si intende lo spazio tra le estremità di due capi articolari, solitamente ricoperte di cartilagine) tra la testa femorale e la cavità dell’anca (palla e incavo per intenderci) diminuiscono a causa di diversi fattori, quali ad esempio: l’artrosi (coxoartrosi, degenerazione della cartilagine stessa) di cui sono soggette le persone anziane, la riduzione del movimento a causa della riduzione dell’attività fisica, la rigidità dei legamenti derivante dall’età. Tutto questo, anche se non si sono avuti particolari incidenti, riduce la facilità ad assumere la posizione del loto e del mezzo loto, tuttavia i nostri vecchi maestri sembrano sedersi con più facilità di noi. Strano vero? Chissà, forse il fatto è che loro non dicono se hanno male oppure no, lasciandoci col nostro problema.
L’articolazione dell’anca è un’articolazione simile a quella della spalla ma con meno mobilità, a causa del ridotto rapporto articolare tra la testa del femore e l’acetabolo. È un’articolazione che, tra le prime, col passare degli anni tende a ridurre gli spazi articolari; ma quello che a noi interessa di più è che analizzando la caratteristica articolare, in condizioni normali questa non dovrebbe avere problemi nell’assumere la posizione a gambe incrociate. Da dove può nascere allora il problema?
A mio avviso è un problema legamentoso e muscolare più che articolare, quindi adeguati esercizi di stretching dovrebbero facilitare la posizione .
I bambini hanno quasi tutti facilità ad incrociare le gambe, poi con la crescita (dell’io) questa facilità si riduce.
Il bacino è la nostra testa inferiore, contiene le viscere adibite alla produzione dell’energia attraverso la digestione e altri processi chimici. Ma non solo: contiene e protegge gli organi sessuali necessari alla riproduzione (almeno fino ad oggi...) così, inconsciamente, il senso di protezione del corpo fa chiudere le cosce all’interno (proprio a mo’ di protezione). Si sarà notato come nei cartoni animati, la paura è raffigurata con lo stringere delle cosce tremolanti….inoltre, una parte intima è proprio quella pubica e viene naturalmente protetta, e con cosa se non con le gambe?
Avere la possibilità di divaricare più o meno le anche, non dipende esclusivamente dall’articolazione coxofemorale ma anche dalla posizione dei due emibacini che si articolano nella loro parte posteriore con l’osso sacrale e il coccige.

Così, aprire o meno le anche non dipende solo dalla scioltezza o meno di tutto ciò che costituisce l’articolazione coxofemorale, ma anche da quella sacro-iliaca.

A mio avviso, assumere la posizione seduta dello zazen non dipende esclusivamente dalla conformazione articolare ma anche da altri tipi di apertura, mentale. Ovviamente un esercizio quotidiano è indispensabile per tutto quanto detto in precedenza: il corpo si adatta alle posture che deve far proprie. Credo che per chi si siede in zazen sia doveroso chiedersi: desidero realmente seguire le orme del Buddha? Posso abbandonare questo mio modo d’essere per aprirmi a quello del Buddha? Se fosse solo un problema fisico, i ballerini, i contorsionisti e simili sarebbero tutti avvantaggiati, mentre non mi pare che sia così riguardo alla via del Buddha.

Ho notato le caratteristiche delle persone che hanno il bacino chiuso, quelle che hanno difficoltà ad aprire le gambe, e spesso ho riscontrato chiusure mentali, o meglio: prigionieri di punti di vista troppo stretti; chiusure dovute all’educazione o a qualche paura. Naturalmente ciò non significa che le persone “snodate” siano aperte mentalmente o spiritualmente. Chissà quanti assassini e stupratori si siedono naturalmente nella postura del loto, il problema è che cosa fanno lì, in quella postura.

Al tempo di Cristo molti condannati salivano sulla croce, quindi morire in croce non era un fatto speciale, il punto è perché la croce di Cristo è stata così diversa dalle altre. Nel contenuto?

Anche al tempo del Buddha una infinità di persone, tra i non buddisti, sedeva nel loto in meditazione, allora perché alla fine molti andavano ad interrogare il Buddha e ne diventavano seguaci?
In Europa spesso, assistiamo all’invito generalizzato al sedersi in zazen, con lo slogan che il sedersi sia la pratica del Buddha, e nelle menti di molti c’è lo stereotipo che il Buddha è l’uomo felice, saggio, immortale a cui tutto va bene ecc. ecc. Anche il desiderio di assomigliare allo stereotipo crea il problema della difficoltà e del dolore alle gambe.
Non viene detto con la stessa energia che dobbiamo lasciare il mondo, non viene detto che dobbiamo imparare a portare il nostro peso con responsabilità e naturalezza, e senza fare nient’altro, senza modificare la nostra vita ci sediamo in una posizione che non è “solo incrociare le gambe”.
Non so se è un comportamento da “buon buddista” ma non invoglio nessuno a sedersi se prima non vedo una decisione derivante da una maturazione spirituale. Ma anche questa, ovviamente, non è di nessuna garanzia. Alla fine ciascuno affronta il mistero della sua vita con la sua vita stessa, non è nulla di speciale ma proprio in questo, la difficoltà e la spinta ad assumere una postura che non riusciremo mai ad assumere fa del nostro cammino un viaggio vivo e sempre originale.

Il Buddha sa quello che dice e quando invita a sedere in quel modo non parla unicamente come un indiano, cinese o giapponese, ma indica un modo d’essere che trascende le faccende di questo mondo senza toglierci da questo mondo e senza ignorarlo. Significa, semmai, sondare un po’ di più il rapporto tra postura del corpo e un certo modo d’essere. Stiamo parlando di qualcosa che ci dà la vita, che ci permette di vivere una vita viva e originale. Questo aspetto credo debba sempre essere ricordato.
Quando Krishnamurti faceva i suoi discorsi -che duravano circa due ore-, non si muoveva mai sulla sedia, manteneva sempre una ferma e ritta postura. Ricordiamoci che nella maggior parte dei casi, noi barbari, gli occidentali, non conosciamo la disciplina posturale, si crede che si possa fare e dire tutto ignorando che esiste un tono posturale, per esempio una maniera di stare che esprime rispetto o aggressività a seconda di come ci si mette.
E’ vero, grazie a quello che il mio insegnante mi ha trasmesso mi capita di raddrizzare schiene e ridare una corretta postura a chi l’aveva persa, ma credete che di solito ci si renda conto che a partire da lì è possibile cambiare vita e forse anche modo d’essere? NO, basta stare meglio, sino alla prossima volta ( per mia fortuna).
La postura è sempre un equilibrio delicato. Per esempio quando si è malati il mio consiglio è di sedere con una postura morbida, non troppo “tirata” o esasperata perché l’organismo sta usando l’energia per guarire e non bisogna rompergli le scatole. Mentre in condizioni normali è bene sostenere la postura spingendo con la nuca verso l’alto, non con i soli muscoli del collo ma con tutta la schiena senza forzare eccessivamente nella zona renale.
Comunque è sempre difficile.
Ci sono altre cose che a parer mio si dovrebbero tenere in considerazione prima di adottare sgabelli e seggioline.
I “maestri” hanno ignorato l’aspetto della difficoltà della postura a ben proposito: dobbiamo ricordare l’episodio di quello che in prima fila si elogia davanti al suo dio per i suoi tanti meriti e l’altro, il povero, il semplice, che chiede perdono e non osa entrare per i suoi tanti peccati? Credo che molti che siedono in zazen siano rapiti da un senso di superbia, e se possono sedere bene per un’ora immobili si sentono ancora più fieri. Ma cos’è un’ora, 14 ore o due secondi? Certamente in una comunità si potrebbe fare tutto, anche decidere di sedere sino alla fine dei tempi, ma se c’è complicità, umiltà e vero senso del cammino, che è avventura, poesia; allora non si vive violenza e nemmeno sofferenza psicologica.
Anche capire bene la postura non è sempre indispensabile, a volte è meglio non sapere, non conoscere, e utilizzare questa mirabile postura che per quanto si approfondisce mai si esaurisce.


La natura modifica naturalmente

Al momento della nascita siamo incapaci di stare seduti, la sola posizione possibile è sdraiati sul dorso o sul ventre; dopo qualche mese riusciamo a stare seduti per terra incrociando le nostre gambette e, piano piano, iniziamo a gattonare. Infine dopo non pochi sforzi possiamo assumere la posizione eretta. In questa evoluzione posturale, la colonna vertebrale si modifica e compaiono le cosiddette curve fisiologiche. L’ultima curva, quella che ci permette la posizione eretta, è la lordosi lombare.
Dallo schema possiamo osservare queste curve evolversi insieme all’evoluzione dell’essere umano.

Non è semplice ripercorrere la storia dell’evoluzione posturale dell’essere umano su questo pianeta, poiché a seconda dell’ambiente culturale, dell’habitat, delle diverse caste, si sono sviluppate caratteristiche differenti.
Se provassimo a non usare un arto per un mese, scopriremmo la totale “perdita” dei muscoli adibiti all’utilizzo di quel arto, un altro esempio ci è dato dagli astronauti che stazionano per lungo tempo nello spazio, cioè privi di gravità terrestre, lentamente ma progressivamente perdono il calcio nelle ossa, e questo è un problema che i ricercatori spaziali non sanno ancora come risolvere. Il corpo abbisogna delle condizioni terrestri per produrre tutto quello che necessita alla vita sulla terra, ma se si riuscisse a far nascere un bambino nello spazio, chissà che cosa accadrebbe: input diversi, necessità diverse... non è escluso che ci si arrivi. Resterebbe un problema, però: la necessità di calcio per la crescita ed il mantenimento delle ossa. Ma forse al futuro uomo spaziale le ossa non serviranno….
Le funzioni dell’organismo umano sono tantissime anche se noi ne conosciamo soltanto una parte limitata, e tra le tante sconosciute c’è anche quella adibita alla metamorfosi, all’adattamento, alla simbiosi con le caratteristiche dell’habitat.
Certo noi sappiamo che questo accade, ma come accade, da dove inizia il processo, quale entità, organo dentro di noi l’organizza, resta ancora un mistero.
Tornando a noi, possiamo notare che in alcuni popoli la curva detta lordosi lombare è sviluppata, in altri meno; per esempio gli indiani, i popoli della Cina, i giapponesi, in genere tutti i popoli orientali tendono ad avere un raddrizzamento della curvatura lombare, mentre in quelli occidentali è ben sviluppata. Lo stare seduti per terra rende diritto il tratto lombare. Se avete avuto l’occasione di fare un viaggio in India, avrete notato che ancora oggi nei villaggi e nei luoghi lontani dalle grandi città, le persone siedono per terra incrociando le gambe, questo fatto a parer mio condiziona non solo la curva lombare, ma anche la conformazione dell’articolazione del ginocchio.
Per queste persone lo stare seduti in quel modo sembra semplice. Come lo è una cosa che entri nelle nostre abitudini. Ma se vi spostate nelle città dove la gente siede sulle sedie negli uffici, nei ristoranti, nelle loro case, noterete che “quella” posizione per le persone inurbate non è poi tanto comoda e abituale. Lo stesso lo si può constatare in Cina e, in modo ancor più generalizzato, anche in Giappone.
Ho citato questi luoghi perché il Dharma di Buddha proviene ed ha seguito quel percorso, come un vento fresco ha accarezzato i cuori e le menti di quei popoli sino a giungere in Occidente dove il suo inserimento sembra così difficile e fuori tempo.
Parlando del Dharma di Buddha, l’introduzione di un supporto, un cuscino da inserire sotto le natiche, lo zafu in giapponese, non era cosa scontata, è stata una completa rivoluzione. Un cuscino su cui appoggiare le natiche significa aumentare leggermente la curvatura lombare, detta lordosi, creando un forte appoggio sulle ginocchia; un po’ come lo stare a cavallo.
Questo fatto permette alla persona che si siede in quel modo, di poter spingere con la sommità del capo verso l’alto e con le ginocchia verso il basso e la “trazione” della colonna vertebrale risulta più facile e naturale.

Coloro che partecipano a ritiri intensivi, con molte ore di meditazione, conoscono bene le difficoltà derivanti da un lungo “star seduti”. Infatti col passare del tempo il dolore proveniente dalle ginocchia e dalle anche, diventa quasi insopportabile e istintivamente si tende a non appoggiarsi più sulle ginocchia ma a spostare il peso del corpo verso il bacino, modificando nello stesso tempo la posizione della colonna vertebrale nel tratto lombare; la fisiologica lordosi lombare si trasforma in momentanea cifosi lombare e, piano piano tutta la schiena si incurva in avanti.
Accade, a volte, sia per una compressione sul nervo sciatico a causa dello schiacciamento dei due corpi vertebrali di L4 su L5, sia per la contrattura muscolare di quel tratto della colonna, sia per la posizione anomala dell’articolazione femorale, che si manifesti un dolore allo sciatico che coinvolge il gluteo, la coscia e dietro il ginocchio (cavo popliteo). Ad aggravare la situazione in questi casi, c’è la contrattura dei muscoli dorsali ed un irrigidimento della schiena con conseguente incurvatura del tratto dorsale. Naturalmente, come ho detto in precedenza, molto dipende dalle curve fisiologiche del rachide (della colonna vertebrale) poiché in presenza di una mancanza di cifosi dorsale, cioè della convessità (la gobba) che si forma tra le scapole, ossia quando il tratto dorsale si presenta rettilineo, lo scarico dei pesi è differente e ne deriva una minor compressione vertebrale. Anche se, a mio parere, ogni caso è differente dall’altro.
In altre parole, se la base della postura, cioè la posizione del bacino e delle gambe non è corretta, piano piano la perfetta posizione del risveglio del Buddha si trasforma in quella del tormento del diavolo.
Dobbiamo tenere presente che per mantenere a lungo la posizione di zazen, occorre che l’intera struttura sia ben bilanciata sui tre punti di appoggio costituiti da bacino e ginocchia, in modo da evitare qualsiasi contrattura muscolare, salvo una leggera tensione a livello della 2a e 3a lombare che spingono in avanti e dei muscoli del collo che spingono verso l’alto. La sensazione che si dovrebbe avvertire per un buon tono della postura è una leggera, costante trazione verso l’alto.
Quando ci si assopisce sullo zafu immediatamente si perde quel “tono” e la postura diventa pesante. Ne consegue uno squilibrio in avanti o indietro, oppure laterale, e un “cedimento” del tono muscolare.
Non credo che tutti i Patriarchi dello Zen che si sono susseguiti nella storia avessero un corpo perfetto, anch’essi avranno dovuto fare i conti con la propria struttura fisica. Uno studio attento della postura ci permette di trovare quel giusto modo, personale ovviamente, che favorisce shikantaza, lo star solamente seduti, nonostante le possibili anomalie strutturali e muscolari del proprio corpo.
Il mio pensiero è che alla base della corretta postura di zazen, ci debba essere il “senso religioso” o, più specificamente, “lo spirito della Via” senza il quale tutto diventa puramente ginnastica.
La via del Buddha non è, a parer mio, qualcosa di astratto, qualcosa che esula dalla vita quotidiana, non deve essere un’esaltazione spirituale. Studiare la via del Buddha è studiare noi stessi, capire noi stessi è sbarazzarci dell’idea che ci siamo fatti di noi stessi.
Mi accade a volte di sentire alcuni miei pazienti lamentarsi per problemi alle ginocchia dovuti ad uno stato avanzato di artrosi (gonoartrosi), problemi che rendono veramente difficoltosa e dolorante la deambulazione. Dico loro che possiamo “trattare” le ginocchia in modo appropriato e ridurre gli effetti del processo artrosico, ma che sarebbe anche bene perdere un poco di peso corporeo; non so, per esempio passare dagli attuali cento chili ad un buon quindici chili in meno….facile a dirsi ma non a farsi, perché le abitudini sono difficili a cambiare, e poi il cibo, come ben sappiamo, non è solo un alimento corporeo.
Nelle figure qui di seguito riportate possiamo vedere che cosa intendiamo per postura ben bilanciata.

Possiamo osservare che nella posizione di sinistra grazie al cuscino inserito sotto i glutei, il peso viene suddiviso anche sulle ginocchia, ne consegue uno “slancio” verso l'alto della postura.

Nella figura di destra si nota una differente disposizione della colonna vertebrale.

Questo è forse il momento di dire che il baricentro della postura dovrebbe cadere ( a parer mio ) sotto i genitali, allo stesso modo di quando si è in piedi. Se il naso sporge in avanti e il mento si alza, il baricentro si sposta in avanti, se si rientra il mento e si spinge con il capo verso l'alto, stranamente si avverte un alleggerimento (del peso) sulla schiena.
Abbiamo visto come, nel cammino religioso, sia necessario prendere attentamente in considerazione non solamente la postura, cioè il punto nevralgico della pratica, ma tutta la nostra vita. Non è forse detto che la vita dei monaci Zen consiste semplicemente nel mangiare riso e bere te?
Cosa significa semplicemente bere te e mangiare riso? Vivere una vita elementare, nutrirsi in maniere semplice, scegliere un lavoro che ci permetta di avere il tempo necessario per poter studiare e praticare il cammino. Circondarsi la vita di cose semplici che non intralcino il cammino del retto modo di vivere. Semplice a dirsi ma difficile da mettere in pratica, considerando che nella nostra vita molti “sogni” e ambizioni ci catturano l’attenzione: un lavoro che gratifichi la propria ambizione, la famiglia, i figli, la preoccupazione per la vecchiaia ecc.

Dōgen Zenji dice che la via da lui indicata è una via universale quindi potremmo pensare che è qualcosa per tutti, che si addice a tutti. A parer mio, via universale significa una via in cui già dalla nostra nascita siamo immersi tutti, nessuno escluso.
Ed è proprio perché siamo immersi in questa via che possiamo praticarla e alla fine riconoscerla. Ecco una possibile risposta alla domanda di Dōgen : «Se tutti siamo già nella via, perchè allora abbiamo bisogno di praticare?».
Di fatto se non si pratica qualcosa, quella cosa non la si capisce. Non tutti possono incrociare le gambe e sedersi in zazen, inutile pretenderlo, ma questo non significa che non si sia di già, tutti, nel grande cammino dell'esistenza. In questo senso la postura, intesa in senso generale, comprendente tutto della nostra vita, anche la forma del corpo, è la forma da assumere per adeguarci alla via nella quale siamo già immersi ma che ci sfugge, non la vediamo sino a che non la pratichiamo.

Sederci e praticare zazen con l'intento o anche solo credendo che in questo modo stiamo praticando la via del Buddha, è di fatto un errore. Non perché non sia così, ma perché la pratica consiste proprio nel non mantenere, coltivare idee, convinzioni. Soprattutto riguardo alla pratica stessa.
Tuttavia possiamo domandarci come possiamo migliorare la nostra postura seduta, qualunque sia la nostra motivazione di partenza.
Sederci nella postura di zazen è molto difficile, non solo per le difficoltà dovute alle ginocchia, alle anche o per la conformazione della nostra schiena, ma per “quel” modo d'essere che ci è proprio, al quale è difficile rinunciare per assumere “la postura”, che è anche quella seduta.

Vorrei raccontarvi un fatto accaduto molto tempo fa, quando i mass media erano interessati a quel vento nuovo che era rappresentato dallo Zen in Europa.
Chiamati per un intervista da pubblicare su una nota rivista, venne il momento di scattare delle fotografie seduti in zazen. Naturalmente proponemmo una persona del nostro gruppo, ma il regista insistette per utilizzare un suo modello.
Ci guardammo l’un l’altro sorridendo: si trattava di mettere qualcuno seduto nel loto per diverso tempo e assumere anche un'espressione credibile. Arrivò un giovane atleta, con muscoli possenti e dal bel volto. Ricordo bene che ebbi io l'incarico di fargli assumere la posizione, e non vi dico le difficoltà. Poveretto! Le gambe erano legnose e non volevano saperne di incrociarsi, ma con pazienza il giovane vi riuscì, così dopo avergli spiegato come doveva respirare e cosa fare (ossia che cosa non fare...) mentalmente, lo lasciai lì seduto.
Il fotografo scattava e scattava, passava il tempo e quel giovane che all'inizio aveva il volto tirato per la difficoltà, piano piano si tranquillizzò. Alla fine del servizio lo invitammo ad alzarsi. Si levò a malincuore, ci stava bene, disse: «Per la prima volta nella mia vita ho sentito una completa quiete e qualcosa dal profondo che si espandeva». Ci ringraziò calorosamente per quella opportunità. Forse non avendo idee, pregiudizi, riguardo a quello che stava facendo non incontrò difficoltà a farlo, e poi non doveva confrontarsi con nessun situazione ideale che lo facesse sentire insufficiente.
Credo che il problema del corpo nello zazen sia strettamente legato al problema dell'esperienza. Se da una parte è importante approfondire l’esperienza, intesa come maturazione che deriva dall'intima comprensione dei fenomeni che ci accadono, dall'altra una mente simile a quella di un principiante è necessaria.
Come dire: esperienza e ingenuità, profondità e leggerezza insieme. Forse potremmo azzardarci a dire che in tutte le cose servono professionalità e umiltà insieme.
Essere sempre aperti al nuovo, anche se ci sembra di conoscere già tutto.
Queste cose ci possono essere utili per arrivare a capire che la posizione dello zazen non è una posizione fissa (morta) ma qualcosa di estremamente vivente. Quante volte vi sarà capitato di terminare uno zazen con le gambe a pezzi e dirvi: basta non ce la faccio più! e scoprire che lo zazen successivo è completamente diverso, tranquillo e senza difficoltà. O viceversa.
La postura dello zazen è come il termometro per la febbre. A volte ho male alle ginocchia, alla schiena, faccio fatica insomma, altre volte scorre via leggero come l'alito di un bambino. Ogni mattina posso esaminare il mio volto allo specchio, vedere se ho dormito bene, se ho qualche brufolo sulla fronte, ma come posso vedere il mio spirito ?

Sarebbe opportuno sviluppare una certa confidenza con ciò che chiamiamo corporeità. Anche se trattare l'argomento “corporeità” corrisponde in qualche modo ad affrontare la storia dell'umanità; quando ascolto Alfredo, che è il maestro che seguo da anni in questo lavoro, tracciare le mappe del corpo, spiegarci come, dal suo punto di vista, corpo-mente-energia siano espressione vivida di dio, rimango senza parole. La corporeità è qualcosa che solitamente noi non prendiamo in considerazione, tuttavia è il nostro linguaggio prima della parola. Abbiamo perso coscienza della corporeità proprio con lo sviluppo della parola; quale grande dono! Ma quale grande limite! Abbiamo imparato ad esprimere i nostri desideri attraverso concetti e parole, ma concetti e parole sono come il dito che indica la luna, che non sarà mai la luna.
Buddha Shakyamuni ha trasmesso la sua comprensione attraverso parole e concetti, oppure in altro modo?
Forse, e lo dico con molto rispetto, non vi siete accorti che sedendo accanto a qualcuno che è tranquillo e in pace, senza necessità di comprensione assorbite qualcosa di quella pace. E avete notato che se sedete accanto a qualcuno che è nella posizione del loto, in una bella e forte postura, in modo tranquillo, vi viene voglia di mettervi anche voi in quella posizione e sedere in quel modo?
Dopo aver accennato alle diverse problematiche derivanti dalle condizioni della schiena, rivolgiamo per un momento lo sguardo anche alla posizione delle mani e dei gomiti. Ma prima vorrei aggiungere ancora una riflessione riguardo alla posizione delle gambe .
L'essere umano si esprime attraverso l'azione (vedi, per esempio nella Bhagavadgita, il discorso di Krishna ad Arjuna prima del combattimento) e il movimento è alla base dello sviluppo stesso dell'umanità, le gambe ci portano in giro per il mondo. L'essere che si siede e che “lega” le sue gambe nella posizione del loto, fa consapevole rinuncia al movimento. Non si può scappare, correre da nessuna parte con le gambe messe in quel modo. Quale messaggio giunge dalle gambe al cervello quando siamo nella posizione del loto? Non possiamo andarcene, abbiamo fatto rinuncia.
Non importa se ci passa accanto una donna come Claudia Shiffer oppure, per esempio, un camion carico di dollari: noi siamo lì, legati alla rinuncia. Ma non solo, un altro aspetto è la forza che proviene dal bacino che “allargato” “aperto” grazie alla posizione degli arti inferiori, dà coraggio, dignità e forza, e ci permette di andare oltre ogni cosa. Gya tei gya tei hara gya tei......
Se è vero che la mano destra rappresenta l'emisfero sinistro del cervello e quella sinistra l'emisfero destro, l'unione delle mani al centro, sotto l'ombelico, nel linguaggio corporeo rappresenta l'unità. Nel contempo, è proprio sotto l'ombelico che è situato il centro vitale dell'energia.
Le mani, come le gambe, sono strumento di conoscenza e si muovono continuamente; secondo alcuni insegnamenti sono l'unica parte neutra del corpo umano, ossia non prendono energia e non ne danno, si limitano a veicolarla. Ci permettono di entrare in contatto tattile e di conoscere gli oggetti attorno a noi, le mani sono capaci di destrezza e abilità quasi senza limiti. Basta osservare la composizione articolare per renderci conto della loro completezza. Possono chiudersi in un pugno offensivo come possono aprirsi per una carezza; non a caso hanno in loro, assieme ai piedi ed alle orecchie, la mappa dell'intero organismo.
Se osserviamo le mani di un pianista, di un violinista, quale grande abilità... in certe civiltà venivano tagliate le mani o le braccia per condannare ad un tipo di morte i prigionieri.
Torniamo a noi. Unendo i palmi delle mani chiediamo scusa e raccogliamo la mente, ci impediamo i movimenti di prendere e lasciare. Quando formiamo con le mani quel mudra che chiamiamo hokkai jōin , insieme alle gambe intrecciate nel loto, cosa accade alla mente? Cosa al corpo?
Possiamo manifestare calma d'animo attraverso le mani, come possiamo evocare rabbia stringendo i pugni. Si può parlare con le mani.
Quando noi le mettiamo in grembo nella posizione del hokkai jōin, non solo chiudiamo un cerchio di energia, ma ci asteniamo dall'esprimere attraverso il corpo desideri, pensieri e atteggiamenti caratteriali.
Naturalmente anche per le mani vale il “tono” muscolare, le dita devono essere morbide, non contratte, compatte ma non rigide.
Anche la posizione dei gomiti è importante.
Il gomito ha uno strano ruolo nella corporeità: “Quello si è fatto strada a gomitate...”, “Non essere invadente, tieni giù i gomiti...”, “Non mettere i gomiti sul tavolo...” Nei detti popolari si è riservato al gomito una connotazione di arroganza, di potere, di spavalderia. Nelle forme di combattimento a lotta, attraverso i gomiti si tiene l'avversario lontano dal nostro corpo e se il gomito perde forza rischiamo di essere sconfitti. Nell'antichità solo il regnante sedeva con i gomiti sui braccioli del trono, tutti gli invitati avevano cura di tenere i gomiti ben vicini ai fianchi. Il gomito lontano dai fianchi è indice di comando, di carattere forte. Perchè è così? Avete provato ad osservare la posizione delle vostre braccia quando siete depressi, avviliti ? Decisamente sono lasciate cadere lungo il corpo, senza tono, senza forza.
Se una persona depressa tiene i gomiti distesi lungo i fianchi, una persona egotica, mantiene i gomiti sporgenti dai fianchi.
La posizione dei gomiti ci aiuta, durante lo zazen, a mantenere vigile l'attenzione sulla postura, infatti dobbiamo tenerli staccati dai fianchi e in questo modo le spalle assumono una posizione bassa e leggermente in avanti; quando la sonnolenza ci cattura, insieme ai pollici, sono i gomiti a perdere il giusto tono.
In realtà, nella nostra esperienza del buddismo, tutte le posture che viviamo hanno anche un significato psicologico; come il piegarsi toccando terra con la fronte durante le cerimonie, è la prosternazione dell'io che eseguiamo andando in ginocchio e portando la fronte a terra, tenendo il bacino basso contro i talloni, i piedi distesi e volgendo i palmi delle mani verso l'alto. In quale altro modo potremmo meglio dimostrare il nostro abbandono?
Parlando di corporeità, zazen è la più completa rinuncia magnificando la dignità umana. Durante le prosternazioni la fronte (cioè l'intelletto) scende sino a terra, a pari con i piedi, in zazen la coscienza resta vigile, in alto, al suo posto, come un re sul suo trono.
Quando il corpo e la mente sono posti in zazen, tutto ritorna alla sua condizione normale, come gli occhi sono orizzontali e il naso verticale così come i piedi sono per camminare, gli occhi per guardare e le orecchie per ascoltare. Ma quando tutta l'energia della mente, del corpo sono gettati dentro lo zazen, la nostra energia non è più la nostra sola energia, il dentro e il fuori non sono più limitati secondo le nostre categorie di “dentro” e “fuori”. Allora quel momento, quel luogo non sono più solo quel momento e solo quel luogo, e tutto ciò che esiste e non esiste nell'universo diventa una sola perla brillante .
Che ne è allora della nostra postura? Possiamo limitarla ai nostri problemi fisici? Se la postura del tutto diventa la nostra stessa forma, quella forma diventa espressione di tutte le posture.

Note
1 - In giapponese, e sempre più anche in italiano tra chi frequenta gruppi in cui si pratica zazen, vengono detti sesshin periodi di uno o più giorni in cui si pratica zazen per varie ore al giorno.
2 - Uno dei monaci Zen giapponesi più famosi del secolo scorso.
3 - È il titolo di un capitolo dell’opera principale di Dōgen, lo Shōbōgenzō
4 - Mi intrometto per un momento per riportare un’esperienza che sembra confermare la precedente affermazione di Roberto: nei monasteri giapponesi insegnano due esercizi estremamente efficaci per chi ha difficoltà ad assumere la posizione a gambe incrociate, specifici per sciogliere i legamenti che impediscono di aprire bene le gambe: si tratta di sedersi su una stuoia o un cuscino, unire le piante dei piedi afferrandole con le mani a coppa, avvicinare –senza forzare- i talloni al corpo, e far ondeggiare le ginocchia in su e in giù cercando di compiere un’oscillazione più ampia possibile per circa cinque minuti. L’altro esercizio consiste, sempre da seduti su una stuoia o un cuscino, nell’appoggiare l’esterno del piede destro sull’avambraccio sinistro e, aiutandosi con l’altro braccio, cullare la gamba in su e in giù, a destra e sinistra. Poi ripetere invertendo. M.Y.M.
5 - Il più famoso sutra del gruppo detto della Prajnaparamita, ovvero il Sutra del Cuore, termina con un altrettanto famoso mantra: gate gate paragate parasamgate bodhi svaha, ossia, più o meno: andato/a, andato/a, andato/a al di là, andato/a completamente al di là, o risveglio. Salve!. La pronuncia giapponese di questo mantra è: gyatei gyatei hara gyatei haraso gyatei, boji sovaka.
6 - La posizione delle mani, mudra in sanscrito, con le palmeverso l’alto ed i pollici che si toccano è chiamata jōin in giapponese. Hokkai significa “realtà assoluta”, è la traduzione giapponese del sanscrito dharmadhatu.
7 - Un capitolo dello Shōbōgenzō di Dōgen si intitola Ikka Myōju, ovvero: Un’unica perla (gemma) brillante.


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