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Notiziario n° 3 Primavera 2008 | >Archivio storico

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Per la redazione: Kengaku Pinciara, Hakuho Sottile, Mokuryo Maurizio
Per le foto: Myoshin Censi e Fabio Faccin  


Incontro a Fudenji
Sabato 3 novembre 2007, al Tempio Zen Fudenji, su invito del suo abate maestro Taiten
Guareschi, il maestro Kengaku Pinciara ha tenuto una conferenza ai monaci colà presenti per
un ritiro di formazione. L'incontro è stato per noi occasione per una visita al Tempio e, il tema
della conferenza, lo abbiamo sentito diretto anche a noi della Comunità di Komyoji.
Dopo una calda accoglienza nella quale l'abate di Fudenji ci ha condotto per i sentieri ed i
giardini del Tempio raccontandoci la storia del Tempio, è giunto il momento del raccoglimento
e dell'ascolto. Quello che, di seguito, pubblichiamo, è la traccia del testo usato dal Maestro
Kengaku per la conferenza alla quale la redazione ha inserito alcuni passaggi delle trascrizioni
del vivo discorso .

 

TEMPIO ZEN FUDENJI - SABATO 3 NOVEMBRE 2007
Tema della conferenza :
"Significato dei ruoli in un Tempio Zen" - " Sederci per imparare a muoverci "


Buon giorno. Non vi nascondo l'imbarazzo che provo... Non sono abituato a fare il conferenziere.
Raccogliendo l'invito del maestro Guareschi proverò a trattare delle mansioni e dei ruoli che si vivono in un tempio zen, intrecciandole con quella vita vissuta e quelle esperienze personali che possano illustrarle il più caldamente possibile. Mi scuso, perciò, fin dall'inizio se sarò prolisso in certi punti ed enigmatico in altri. Ma è quanto di meglio sono riuscito a tirar fuori per voi. La responsabilità che sentiamo per una determinata cosa, qualunque cosa sia, è ciò che ci muove verso il senso del dovere.
Potrebbe sembrare banale; pure non è sempre chiaro quello che facciamo e la ragione per la quale le facciamo. So che il termine dovere può sembrare una forzatura all'intimità di ognuno. Il senso di responsabilità verso se stessi è il senso del dovere più alto. Ciò che è doveroso nei confronti di noi stessi, e quindi della comunità, fa degli esseri umani una società organizzata.
Naturalmente occorre rendersi conto di quanto noi siamo comunità. Una società è fondata su individui che, amalgamandosi, creano una comunità.
Questo vale sia per un piccolo nucleo di tipo familiare, sia per una comunità religiosa, sia per una società. Ma, se ciò che è doveroso verso la società o la famiglia o il gruppo è di intuibile comprensione, non lo è per quanto riguarda noi stessi. Quando tra i due non c'è alcun conflitto allora tutto collabora all'armonia. Non mi piacciono le conferenze nella quali uno parla e gli altri ascoltano; piuttosto, vorrei che questa fosse una meditazione collettiva, un'opportunità per indagare sulle domande originarie che ci hanno mosso.
1. La prima riflessione è perciò:
quale responsabilità sentiamo verso noi stessi?
2. Evidentemente desidero essere felice; e la considerazione di cosa sia per me la felicità, è la seconda riflessione.
Per mio figlio la felicità potrebbe essere una nuova playstation; ma crescendo l'oggetto cambia; in zazen non ci sono più categorie..
Tornando al tema suggerito, cosa sia cioè il senso del dovere, proviamo ad elencare i suoi tre modi convenzionali:
per retribuzione (sociale)
per ideologia (sociale-spirituale)
per carità (spirituale-sociale)
Queste sono le tre motivazioni che, generalmente, possono muoverci al senso del dovere. Per noi che studiamo il buddhismo e cerchiamo di studiare noi stessi, non dal punto di vista psicologico ma da quello religioso, questa comprensione non può essere sufficiente.
Occorre immergersi più in profondità nella natura umana per scovare un diverso significato, del senso del dovere. Io credo che il senso del dovere nasca dal rispetto che una persona ha per se stessa. Ed è proprio qui che si aggancia quello che il Maestro Dogen chiama "Bodai Shin : lo spirito della Via." Lo spirito della Via non è altro che rispetto per se stessi. Se avete rispetto per voi stessi cercherete sempre di fare qualcosa nella vita che abbia un significato per voi. Questo è il primo passo di una reale ricerca. Non può essere in altro modo. Coloro che rubano, che sfruttano, che opprimono, in realtà non solo non rispettano la vita altrui ma non rispettano nemmeno la loro. Sono persone che barattano tutti i giorni loro stessi al prezzo di qualche cosa. La loro stessa vita diventa "il prezzo" e "quel" prezzo è il valore che danno alla loro vita.
Vi prego di non considerare tutto questo come le solite frasi scontate che si leggono nei libri; il mio scopo, qui, è praticamente lasciarvi in mutande il più possibile.
Naturalmente la faccio un po' lunga per mettervi in mutande. Se veramente amate voi stessi, rispettate voi stessi, allora capirete che non avete prezzo, né economico, né psicologico,
né spirituale.
Non amo l'espressione “amare” e “se stessi”. Non so cosa sia questo amare, non so cosa sia questo se stessi; nella realtà non c'è nulla.. è uno slogan che piace alla gente.. Sono però sicuro di una cosa: che l'unico vero amico che tutti noi abbiamo è in noi, è la fiducia che si prova quando si è uno con se stessi, e chi mai può esserci così vicino tanto da conoscere ogni più piccola variazione dell'animo nostro? Nemmeno la cosiddetta trasmissione del dharma, che pure per noi è la cosa più importante, vale quanto il rispetto che avete di voi stessi. Ma non bisogna fraintendere. La storia della trasmissione del dharma che mi ha coinvolto è stata una dolorosa e strana storia.. Da quando Narita Roshi mi preparò al momento in cui avvenne passarono dieci anni; dieci anni nei quali insistentemente ho bussato alla sua porta e insistentemente venivo rifiutato. In quei tempi diversi maestri mi invitavano a ricevere la loro trasmissione ma io rifiutai sempre, non per fedeltà e per amore al maestro Narita ma perché non avevo intenzione di smarrire me stesso… Fate attenzione a ciò che vi dico… Chiusi con il desiderio di ricevere la trasmissione da un maestro zen e continuai la mia pratica silenziosa; non fu orgoglio ma l'intima convinzione che avrei tradito tutto ciò che fino allora mi aveva condotto in quella direzione. Fu in quel tempo che compresi il rispetto per se stessi e per la Via. Non avrei mai barattato la Via per la lusinga di una trasmissione che mi pareva come una carota appesa ad un filo davanti il mio naso.

 

Qualunque cosa si faccia per abbellire la nostra vita, tutto ciò che ci appiccichiamo addosso non può far altro che portarci alla povertà. Siamo impossibilitati ad abbellire la nostra vita facendo qualcosa per noi stessi; mentre perdendo noi stessi abbelliamo noi stessi.
S. Francesco non rinunciò a caso ad una vita agiata, ma rinunciò per abbellire se stesso. Dobbiamo trovare nella Via, la radice del "rispetto per noi stessi" e la buona ragione che fa sviluppare il seme del senso del dovere. Spesso, le responsabilità sembrano toglierci l'aria. E’ perché le responsabilità ci dividono. Il dualismo divide, e disperde l'energia. L'esperienza mi dice che se svolgiamo ciò che dobbiamo, prendendocene cura come fosse davvero la luce dei nostri occhi, questa stessa esperienza ci aprirà alla comprensione di Bodai Shin, cioè dello Spirito della Via. Ma restiamo sul tema di questo incontro: le responsabilità e il senso del dovere. Ricordo che quando iniziai zazen, provai molta sofferenza. Una sofferenza che proveniva sì dalla difficoltà nel tenere una buona posizione (cosa che mi riesce difficile anche oggi) ma anche dal mio spirito irrequieto. Cercavo la pace dentro di me, ma più la cercavo e più mi agitavo. Sapete come succede no? Poi, una sera, nel Tempio della Gendronniere, sentii il Maestro Taisen Deshimaru, che in quell'occasione commentava il San Do Kai, dire: " La nostra vita è la trasmigrazione di tutti gli esseri, non dobbiamo sciupare il tempo". Fu per me una folgorazione. Sparì improvvisamente il dolore nel corpo e sentii scendere una respirazione profonda e sottile. Non fu difficile, accordai lo spirito al respiro e da quel momento cambiò completamente il mio zazen. Ricordo che in quell'istante nacque improvvisamente il voto di praticare per aiutare tutti gli esseri, fosse stato anche una sola persona. Credo che sia un grande errore praticare solo per una ragione personale, a meno che la ragione personale non inglobi tutti gli esseri. Proprio come svolgere perfettamente una mansione o incarico all'interno del proprio Tempio. Quando noi utilizziamo il termine Buddha cosa intendiamo per Buddha, cosa intendiamo per Buddhità? Si ha l'impressione di un muoversi di fenomeni e di eventi che galleggiano nel mare del tempo. Noi stessi siamo trasportati in una dimensione di tempo e spazio verso il termine della nostra vita. Tutto ci appare come qualcosa che abbia un inizio e abbia una fine. Questa percezione errata è ciò che ci separa da Buddha. La relazione intima tra Dio e il tempo, o tra Dio e l'essere sfugge alla coscienza. Dal punto di vista della coscienza è incomprensibile come Dio sia presente in eguale misura in tutte le esistenze, in me come nel diverso da me. Tuttavia esiste una profonda relazione. Quando queste relazioni si intrecciano in modo armonioso ecco la manifestazione di Dio. Dal momento che il termine Dio è pesante da usare, utilizzeremo l'espressione: Universo, cioè l'insieme armonioso di corpi differenti gli uni dagli altri che partecipano attivamente ad un mutuo sostentamento e splendore. Si dice che Dio, l'Universo, sia perfetto, e gli uomini imperfetti. Desidero raccontarvi un fatto accadutomi di recente. Invitato a cena in un rinomato ristorante da un amico che di professione fa l'enologo, ordinammo una delicata zuppa di pesce come antipasto e decidemmo di gustare della birra speciale. Pesce e birra non sono il massimo accostamento, tuttavia essendo lui un esperto nel campo e avendo una cantina ben fornita di birre pregiate, optammo per questa bevanda. Ci portò una birra bionda dal gusto fine, ma al nostro palato poco saporita, così lo facemmo notare al proprietario richiedendo una birra più corposa. Non fu presa in considerazione la nostra richiesta e ci venne servita la zuppetta di pesce. La fusione armoniosa e delicata dei due gusti esaltava sia la zuppetta di pesce sia il gusto delicato e leggero della birra. Solo allora il gestore ci fece notare che non conta il gusto buono della birra, o del vino che sia, se ricopre quello delicato della zuppa, o del piatto che in quel momento si accosta, ma che la scelta andava fatta proprio in quel modo, a seconda della circostanza, tenendo conto sia del piatto che andava accostato che del tono della cena, cioè dell'insieme. Che meraviglioso insegnamento buddhista appresi. Le nostre vite sono proprio così, non è importante se si è forti e abili se la nostra forza e abilità, o saggezza che sia, non si armonizzano con il contesto. L'armonia è la cosa più difficile da creare. Il Sangha è e deve essere l'espressione della migliore delle armonie. Questo è veramente difficile. Ricordo che dopo la scomparsa da questo mondo di Taisen Deshimaru, in quella epoca seguivo Taiten come discepolo e la questione della continuità della missione era costantemente presente nei nostri colloqui. Ci parve indispensabile concretizzare la realtà italiana, e non solo italiana, con la creazione di un Tempio Zen. Naturalmente mancavano i soldi. La prima cosa che si fece fu quella di organizzare delle grandi sesshin. Quando si vuole organizzare una grande sesshin e non si ha un Tempio a disposizione, occorre cercare un luogo adatto. Le nostre scelte cadevano sempre su luoghi religiosi, collegi, luoghi per seminaristi ecc. In quel tempo fui davvero fortunato, perché mi furono assegnate molte responsabilità. Ebbi la fortuna di vivere molte contraddizioni. Una citazione di Taisen Deshimaru che ricordo diceva: "Se noi misuriamo, standardizziamo, stabiliamo delle regole sulla postura, sulla respirazione, su come deve essere la coscienza….siamo nel completo errore" Dobbiamo conoscere le regole certamente, ma poi, il come è tutt'altra cosa. C'è un episodio molto interessante accaduto molto tempo fa al Tempio della Gendronniere. Sempre, credo, per intercessione di Taiten, mi venne 16 assegnato durante una seshin, l'incarico di fare il responsabile del silenzio. Ora, se c'era un ambiente pieno di contraddizioni, questo era proprio il Tempio della Gendronniere. Come sapete, in un Tempio Zen, la sera spente le luci, il responsabile passa in tutti i luoghi battendo due legni tra loro per annunciare l'ora del riposo. Vi era una usanza alla Gendronniere, durante una sera particolare, che era quella di ballare e cantare attorno ad un fuoco acceso per l'occasione. Non era male in effetti, ma come sempre accade il troppo stroppia si dice e, quella sera, il solito gruppetto aveva alzato il gomito e non voleva saperne di andare a dormire. Nonostante le mie suppliche non trovai altra soluzione che gettare dell'acqua sul fuoco e spegnerlo causando l'indignazione e la collera dei presenti. Per evitare una rissa, li mandai al diavolo e continuai il mio giro in zone più tranquille. Sfortunatamente, o fortunatamente, a seconda dei punti di vista, incontrai lungo il viale il Maestro. Quando si è colti in flagrante, la cosa più semplice da fare è giustificarsi, e così feci io. Il Maestro mi apostrofò dandomi dell'idiota e dell'incapace. Ricordo che, sconvolto per la reputazione persa agli occhi del Maestro, salii in camera da Taiten e con le lacrime agli occhi spiegai la situazione. Mi sorprese il riso e l'esclamazione di Fausto: "Fregatene". Ora, se siete realmente impegnati in un cammino di consapevolezza, l'ultima cosa da fare è proprio fregarsene. Fu per me un grande koan e allo stesso tempo un grande insegnamento.Fu la prima lezione che mi insegnò a non dare troppa importanza a me stesso e alle mie conclusioni. Tornando al nostro racconto, non c'era l'abitudine, a quel tempo , di avere un posto assegnato nel Dojo. Si entrava più o meno ordinatamente e ci si sedeva più o meno dove si voleva. Taiten desiderava cambiare alcune abitudini riguardo il comportamento da tenere in un Dojo Zen e introdurre quindi la regola dei posti assegnati. Così, capitava spesso che dopo aver terminato le mansioni amministrative relative alle iscrizioni e alla organizzazione degli alloggi, la notte che precedeva l'inizio della sesshin la passavo sistemando dei bigliettini con scritto i nomi di ciascuno al posto che avevo assegnato. Molti di voi forse ricordano quei tempi e forse anche i bigliettini. Ricordo con angoscia quel tempo perché bisognava sistemarli per anzianità buddhista e non si conoscevano tutti i partecipanti. Così, all'ultimo momento, poteva capitare di dover spostare tutti di qualche posto per l'arrivo all'ultimo momento del monaco pinco o pallino. Quando l'operazione era terminata, salivo da Taiten per concordare i Sutra del giorno seguente e le responsabilità di tutta la giornata, in quanto avevo anche la mansione di Ino e Godo. Intrecciavo in questo modo, senza rendermene conto, le mansioni di Kannin, di Godo, di Tantoo. Ino, segretario e Shusso. Ora, detto in questo modo, può sembrare che il tipo di cui stiamo parlando (cioè il sottoscritto) fosse un megalomane. Non vi era solo la persona che vi parla, in quell'inferno, c'era Marosa, Mariagrazia, e tante altre persone che lavoravano pazientemente all'organizzazione, ma sicuramente io ero il responsabile di tutto. Non sto ad annoiare oltre, però ancora due cosette voglio raccontarvele. Dopo aver pensato a tutti e distribuito camere a seconda del grado di anzianità buddhista, mi rendevo conto di non aver pensato al mio di alloggio, e così, un poco per velocizzare le comunicazioni con Taiten, un poco per controllare la situazione, un poco per masochismo, mi stendevo un giaciglio fuori della sua camera e mi coricavo. Ho sempre fatto attenzione, in quelle circostanze, a coricarmi sempre dopo Taiten e svegliarmi prima, come dice la nostra regola. Come dicevo all'inizio, fu un grande periodo. Sperimentai proprio in quelle occasioni la sonnolenza durante zazen. Prima di allora non riuscivo a capire come fosse possibile dormire durante zazen. Finita finalmente la sesshin, durante la quale accadeva di tutto perché molta gente che veniva da lontano e dall'estero desiderava parlare personalmente con Taiten, spesso dovevo mettermi l'abito della guardia del corpo. Alla fine comunque, tutti a casa, ma restava la trattativa con il prete o il responsabile di turno per la regolarizzazione della parte economica. Cosa che avveniva sempre dopo aver controllato tutto lo stabile. Il più delle volte mi riusciva di dare sempre meno del dovuto e così accumulavamo i soldi per l'acquisto di un nostro Tempio. Una sera meditai molto sullo spirito di profitto. Tutti erano partiti, Taiten era rientrato a casa, rimasto solo con il prete responsabile dello stabile trattai il prezzo e mi feci donare parecchi milioni di lire. Ricordo che quella sera misi tutti i soldi sul tavolo della mia camera e meditai. Potevo benissimo trattenere qualcosa per me, visto che non ricevevo mai un rimborso spese per tutto quello che spendevo, nessuno controllava mai il mio operato. Avevo anch'io un Dojo da mandare avanti.

Realizzai lì che il denaro è un serpente velenoso. Lo realizzai di nuovo molto tempo dopo, ancora una volta, ma c'è qualcosa di ancor più velenoso del denaro: l'invidia e la gelosia.Sono invidia e gelosia a trasformare l'oro in serpe velenoso. Credo che sia veramente difficile in questa nostra vita salvaguardare lo spirito di fede e di generosità soprattutto man mano che passano gli anni e si acquisisce esperienza.
Proteggere il proprio spirito dalle stravaganze della mente umana deve essere il significato di una religione moderna. Salvare la propria vita non significa diventare egoisti. Ci sono due modi di essere egoisti: un modo è sano, l'altro è malato. Il modo sano è comprendere che nessuno e niente devono metterti nella condizione di dover perdere la tua dignità. La paura, l'angoscia, il senso di colpa, quello d'insufficienza sono dei virus che si propagano nella mente umana e nella società. Si fanno breccia nella brava gente a causa di una fragilità, di una timidezza nei confronti della vita. Il modo malato è cercare sempre di mettersi prima degli altri, seguire la sete del potere e della ricchezza per soddisfare le proprie brame.
Sono questi virus i responsabili dei tanti danni che gli uomini commettono. In questa ottica, vittima e carnefice spartiscono la stessa retribuzione, anche se sembra che gli uni soffrono a causa degli altri. Quando accettiamo di vestire l'abito del "servizio" e diamo tutto noi stessi nell'incarico che abbiamo ricevuto, stiamo facendo tutto quello che possiamo fare nel praticare la Via. Naturalmente dobbiamo fare attenzione a non restare delusi dal desiderio del merito.La vita e la Via, che poi sono la stessa cosa, non hanno nulla a che vedere con il mercimonio. Quando la religione degenera si pagano i preti professionisti per gli incarichi che svolgono. Ed è proprio quando si inizia a trarne guadagno personale che degenera la religione. Lo stesso accade nella società. Quando un paese degenera al punto di dare altissimi stipendi per mansioni che dovrebbero essere rivestite solo per senso del dovere verso se stessi e la collettività, allora, quando questo accade, la società marcisce perché implode su se stessa. Ovviamente parlo di incarichi istituzionali. Il senso del guadagno è dentro sino la parte molle dell'osso che compone il nostro corpo. Sapete che la parte molle dell'osso è la parte più profonda nell'essere umano, è il midollo. Impossibile da togliere, impossibile da cogliere. Qualcuno, nella nostra storia buddhista, ha colto il midollo, ma ho dimenticato chi, .certamente voi ve lo ricorderete. Quando iniziai a studiare lo zen con Taiten, mi immaginavo che sarei entrato in un mondo fantastico. Un mondo dove la purezza potesse trionfare sull'ingiustizia. Mano a mano che andavo avanti nella vita e nello studio dello zen, mi pareva che fuori da quel mondo che mi affascinava tutto fosse compromesso, impuro, inquinato. Ma col passare del tempo quel mondo zen così affascinante iniziava a sgretolarsi. Se avete visto il film La storia infinita, un film per bambini, c'è un momento in cui il meraviglioso mondo di Fantasia si sgretola al passare del nulla. Il nulla in quel film era rappresentato dall'incapacità della gente di dare vita ai loro sogni. Per me era lo stesso. Dal momento che quel mondo che mi ero raffigurato fantasticamente si sgretolava dentro di me, nasceva un senso di vuoto, quasi di delusione.
Agli inizi della vita di Fudenji le cose non erano come le vivete voi oggi. A partire dalla struttura e fino all'aria che si respirava. Dal momento che qui con voi ci sono persone che hanno vissuto quel periodo, io non starò ad annoiarvi con il racconto di quei tempi. Come saprete, vivo con la famiglia a Komyoji, un piccolo luogo sulle colline dove da diversi anni conduco la mia vita buddhista. Le persone che vi giungono per le sesshin sono a volte come fantasmi ai miei occhi. Ombre che arrivano, passano, e vanno.
Difficile mettere radici in un tempio zen. Quando le persone giungono per vivere e condividere il tempo della sesshin, è come se facessero un tuffo nel tempo passato e occorre qualche giorno perché tutto si armonizzi. Poi, a sesshin terminata, il lavoro, la famiglia, i tanti impegni richiamano alla loro realtà ed ecco il fuggi fuggi generale. Mi ritrovo a ripetere spesso: non fuggite, dove andate? Gli impegni, i tanti problemi, vi inseguono dovunque andiate, sono come la vostra ombra. A quei tempi vivevo la mia vita in una scuola di Ju Jitsu da me fondata e bambini, ragazzi, adulti frequentavano quel luogo. Ricordo bene il rammarico che mi attanagliava il cuore quando il giovedì pomeriggio lasciavo allievi e scuola per andare al Tempio Zen da dove avrei fatto ritorno solo il lunedì mattina successivo, quando il Tempio chiudeva. Sapevo che col passare del tempo, continuando in quel modo, molto probabilmente mi sarei giocato la scuola.
Ma non trovavo altra via di uscita, altra scappatoia. Se avessi trovato una scappatoia l'avrei presa, ma non la trovai e continuai così per molto tempo. D'altronde necessitava anche sostenere la partenza del Tempio e molti occhi erano su di noi, non solo quelli del Buddha, che erano i più importanti, ma anche quelli di tutta Europa. Vi racconto questo perché noi abbiamo sempre l'impressione che se facciamo una cosa ne perdiamo un'altra, questo è il sottile inganno che ci turba. Nessuno di voi è scollato da se stesso e la vita scorre là dove si poggiano i vostri piedi, qualunque sia il luogo e il tempo. Se ci si lascia dilaniare l'animo dal senso della privazione, della rinuncia, del sacrificio, la vita diventa povera, si perde la fiducia in se stessi e la capacità di creare la saggezza.
Certo, se siete qua, non siete là, questo fisicamente, ma è realmente così? Quante volte pur essendo in un posto non ci siete…. E quante volte, pur non essendo in un posto, ci siete…. Certo, se volete seguire il vostro Maestro dovete essere dove è lui, anche fisicamente, ma questo non sempre è possibile. Allora che si fa? Quando fate zazen, dove siete realmente? Siete qui? Siete la? Dove potete dire che realmente siete? Sicuramente dobbiamo fare attenzione alle nostre illusioni, e, perdonatemi il dire, non bisogna aver paura delle proprie illusioni. Anche il senso del dovere fa parte dell'illusione, non possiamo vivere privi di illusioni. Dobbiamo imparare a disimparare tutto quello che ci ha condizionato per anni. Se provate a disimparare, cioè a non conoscere, a non sapere, cosa resta? Sarete nudi, nudi e infreddoliti, ma veri. Se svolgete le mansioni che dovete svolgere sapendo tutto quello che c'è da fare, perché avete studiato, avete imparato, cosa succede? Cosa date di voi stessi? Solo miseria e povertà. Cosa accade quando il vostro Maestro vi da un incarico e voi non sapete come fare a svolgerlo? Fate san pai (abbandono, prosternazione) abbandono dell’ego. Fate san pai e basta. Questo è quello che il vostro Maestro vuole vedere. Che sapete fare san pai nel vostro spirito. Che quella responsabilità vi riempia gli occhi, il cuore, le orecchie, tutto ciò che avete e nonostante ciò non sarete mai in grado di esaurirla a sufficienza. Ma voi pensate, invece, che dovete essere efficaci, che dovete risolvere questo o quel problema, che dovete esibire le vostre capacità. Intanto, voi non ci siete, siete solo una perenne e continua frustrazione che passa da un sapere all'altro. Sarete sempre come un frutto acerbo. Questo, secondo voi, è quello che un Buddha vi chiede? Tutti andiamo verso quella riva dove ogni cosa finisce, dove ogni cosa si dissolve per andare là dove non potremo mai sapere, mai conoscere. Dove mai riporrete la vostra fiducia, quando anche l'ultima maschera sarà caduta? Questo è quello che il vostro Maestro vi chiede.
Che gettiate la maschera che vi protegge. Quella maschera che vi opprime e vi soffoca, che vi impone un atteggiamento anziché un altro. Cercherete una via di fuga sempre. Arriverete a dipingere una porta sul muro pur di immaginare di poter uscire da questa gabbia, ma non potrete. In conclusione, vorrei dirvi, miei cari, che se siete qui, se avete scelto questo Maestro, dovete sapere che, dovrete dare la vita per costruire questo Tempio, al di là che questo abbia successo o meno, al di là che vi convinca o meno. Se seguite un altro Maestro, che non ha Tempio, sappiate che dovete lavorare, impegnarvi nella vostra famiglia, nel vostro lavoro e tuttavia avere il vostro cuore e la vostra mente nella Via che quel Maestro percorre.
Sarete comunque, in ogni caso, dilaniati, divisi negli affetti, maciullati nell'animo. Né l'uno né l'altro sono facili. Né l'uno né l'altro sono difficili. Chiunque seguiate, come insegnante zen, troverete sempre la stessa cosa: dovrete togliere la maschera e fare san pai. San pai lo farete e rifarete fin tanto che lo dimenticherete. Fin tanto che quella prosternazione, quella disperazione, quell'ardore, quella rabbia, quel pianto, quella delusione e quell'illusione si inchineranno dinnanzi a voi stessi e voi stessi vi inchinerete a voi stessi.
Così, finalmente un Buddha incontrerà un altro Buddha e voi per la prima volta sorriderete e forse, incontrerete il sorriso di tutte le esistenze. Questo è quanto ho appreso prestando umilmente servizio nei vari incarichi di un Tempio Zen.

Grazie a tutti per la vostra gentile attenzione
Taido Kengaku Pinciara


 

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