Incontro a Fudenji
Sabato 3 novembre 2007, al Tempio Zen Fudenji, su invito del suo abate maestro Taiten
Guareschi, il maestro Kengaku Pinciara ha tenuto una conferenza ai monaci colà presenti per
un ritiro di formazione. L'incontro è stato per noi occasione per una visita al Tempio e, il tema
della conferenza, lo abbiamo sentito diretto anche a noi della Comunità di Komyoji.
Dopo una calda accoglienza nella quale l'abate di Fudenji ci ha condotto per i sentieri ed i
giardini del Tempio raccontandoci la storia del Tempio, è giunto il momento del raccoglimento
e dell'ascolto. Quello che, di seguito, pubblichiamo, è la traccia del testo usato dal Maestro
Kengaku per la conferenza alla quale la redazione ha inserito alcuni passaggi delle trascrizioni
del vivo discorso .
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TEMPIO ZEN FUDENJI - SABATO 3 NOVEMBRE 2007
Tema della conferenza :
"Significato dei ruoli in un Tempio Zen" - " Sederci per imparare a muoverci "
Buon giorno. Non vi nascondo l'imbarazzo che provo... Non sono abituato a fare il conferenziere.
Raccogliendo l'invito del maestro Guareschi proverò a trattare delle mansioni e dei ruoli che si vivono in un tempio zen, intrecciandole con quella vita vissuta e quelle esperienze personali che possano illustrarle il più caldamente possibile. Mi scuso, perciò, fin dall'inizio se sarò prolisso in certi punti ed enigmatico in altri. Ma è quanto di meglio sono riuscito a tirar fuori per voi. La responsabilità che sentiamo per una determinata cosa, qualunque cosa sia, è ciò che ci muove verso il senso del dovere.
Potrebbe sembrare banale; pure non è sempre chiaro quello che facciamo e la ragione per la quale le facciamo. So che il termine dovere può sembrare una forzatura all'intimità di ognuno. Il senso di responsabilità verso se stessi è il senso del dovere più alto. Ciò che è doveroso nei confronti di noi stessi, e quindi della comunità, fa degli esseri umani una società organizzata.
Naturalmente occorre rendersi conto di quanto noi siamo comunità. Una società è fondata su individui che, amalgamandosi, creano una comunità.
Questo vale sia per un piccolo nucleo di tipo familiare, sia per una comunità religiosa, sia per una società. Ma, se ciò che è doveroso verso la società o la famiglia o il gruppo è di intuibile comprensione, non lo è per quanto riguarda noi stessi. Quando tra i due non c'è alcun conflitto allora tutto collabora all'armonia. Non mi piacciono le conferenze nella quali uno parla e gli altri ascoltano; piuttosto, vorrei che questa fosse una meditazione collettiva, un'opportunità per indagare sulle domande originarie che ci hanno mosso.
1. La prima riflessione è perciò:
quale responsabilità sentiamo verso noi stessi?
2. Evidentemente desidero essere felice; e la considerazione di cosa sia per me la felicità, è la seconda riflessione.
Per mio figlio la felicità potrebbe essere una nuova playstation; ma crescendo l'oggetto cambia; in zazen non ci sono più categorie..
Tornando al tema suggerito, cosa sia cioè il senso del dovere, proviamo ad elencare i suoi tre modi convenzionali:
per retribuzione (sociale)
per ideologia (sociale-spirituale)
per carità (spirituale-sociale)
Queste sono le tre motivazioni che, generalmente, possono muoverci al senso del dovere. Per noi che studiamo il buddhismo e cerchiamo di studiare noi stessi, non dal punto di vista psicologico ma da quello religioso, questa comprensione non può essere sufficiente.
Occorre immergersi più in profondità nella natura umana per scovare un diverso significato, del senso del dovere. Io credo che il senso del dovere nasca dal rispetto che una persona ha per se stessa. Ed è proprio qui che si aggancia quello che il Maestro Dogen chiama "Bodai Shin : lo spirito della Via." Lo spirito della Via non è altro che rispetto per se stessi. Se avete rispetto per voi stessi cercherete sempre di fare qualcosa nella vita che abbia un significato per voi. Questo è il primo passo di una reale ricerca. Non può essere in altro modo. Coloro che rubano, che sfruttano, che opprimono, in realtà non solo non rispettano la vita altrui ma non rispettano nemmeno la loro. Sono persone che barattano tutti i giorni loro stessi al prezzo di qualche cosa. La loro stessa vita diventa "il prezzo" e "quel" prezzo è il valore che danno alla loro vita.
Vi prego di non considerare tutto questo come le solite frasi scontate che si leggono nei libri; il mio scopo, qui, è praticamente lasciarvi in mutande il più possibile.
Naturalmente la faccio un po' lunga per mettervi in mutande. Se veramente amate voi stessi, rispettate voi stessi, allora capirete che non avete prezzo, né economico, né psicologico,
né spirituale.
Non amo l'espressione “amare” e “se stessi”. Non so cosa sia questo amare, non so cosa sia questo se stessi; nella realtà non c'è nulla.. è uno slogan che piace alla gente.. Sono però sicuro di una cosa: che l'unico vero amico che
tutti noi abbiamo è in noi, è la fiducia che si
prova quando si è uno con se stessi, e chi mai
può esserci così vicino tanto da conoscere ogni
più piccola variazione dell'animo nostro?
Nemmeno la cosiddetta trasmissione del
dharma, che pure per noi è la cosa più importante,
vale quanto il rispetto che avete di voi
stessi.
Ma non bisogna fraintendere. La storia della
trasmissione del dharma che mi ha coinvolto è
stata una dolorosa e strana storia.. Da quando
Narita Roshi mi preparò al momento in cui
avvenne passarono dieci anni; dieci anni nei
quali insistentemente ho bussato alla sua
porta e insistentemente venivo rifiutato. In
quei tempi diversi maestri mi invitavano a
ricevere la loro trasmissione ma io rifiutai
sempre, non per fedeltà e per amore al maestro
Narita ma perché non avevo intenzione di
smarrire me stesso… Fate attenzione a ciò che
vi dico… Chiusi con il desiderio di ricevere la
trasmissione da un maestro zen e continuai la
mia pratica silenziosa; non fu orgoglio ma l'intima
convinzione che avrei tradito tutto ciò che
fino allora mi aveva condotto in quella direzione.
Fu in quel tempo che compresi il rispetto
per se stessi e per la Via. Non avrei mai barattato
la Via per la lusinga di una trasmissione
che mi pareva come una carota appesa ad un
filo davanti il mio naso.
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Qualunque cosa si faccia per abbellire la nostra vita, tutto ciò che ci appiccichiamo addosso non può far altro che portarci alla povertà. Siamo impossibilitati ad abbellire la nostra vita facendo qualcosa per noi stessi; mentre perdendo noi stessi abbelliamo noi stessi.
S. Francesco non rinunciò a caso ad una vita agiata, ma rinunciò per abbellire se stesso. Dobbiamo trovare nella Via, la radice del "rispetto per noi stessi" e la buona ragione che fa sviluppare il seme del senso del dovere. Spesso, le responsabilità sembrano toglierci l'aria. E’ perché le responsabilità ci dividono.
Il dualismo divide, e disperde l'energia. L'esperienza mi dice che se svolgiamo ciò che dobbiamo, prendendocene
cura come fosse davvero la
luce dei nostri occhi, questa stessa
esperienza ci aprirà alla comprensione
di Bodai Shin, cioè dello
Spirito della Via.
Ma restiamo sul tema di questo
incontro: le responsabilità e il
senso del dovere.
Ricordo che quando iniziai
zazen, provai molta sofferenza.
Una sofferenza che proveniva sì
dalla difficoltà nel tenere una
buona posizione (cosa che mi riesce
difficile anche oggi) ma anche
dal mio spirito irrequieto. Cercavo
la pace dentro di me, ma più la cercavo
e più mi agitavo. Sapete come
succede no?
Poi, una sera, nel Tempio della
Gendronniere, sentii il Maestro
Taisen Deshimaru, che in quell'occasione commentava
il San Do Kai, dire: " La nostra vita è
la trasmigrazione di tutti gli esseri, non dobbiamo
sciupare il tempo". Fu per me una folgorazione.
Sparì improvvisamente il dolore nel
corpo e sentii scendere una respirazione profonda
e sottile. Non fu difficile, accordai lo spirito
al respiro e da quel momento cambiò completamente
il mio zazen. Ricordo che in quell'istante
nacque improvvisamente il voto di
praticare per aiutare tutti gli esseri, fosse stato
anche una sola persona. Credo che sia un
grande errore praticare solo per una ragione
personale, a meno che la ragione personale
non inglobi tutti gli esseri. Proprio come svolgere
perfettamente una mansione o incarico
all'interno del proprio Tempio.
Quando noi utilizziamo il termine Buddha
cosa intendiamo per Buddha, cosa intendiamo
per Buddhità?
Si ha l'impressione di un muoversi di fenomeni
e di eventi che galleggiano nel mare del
tempo. Noi stessi siamo trasportati in una
dimensione di tempo e spazio verso il termine
della nostra vita. Tutto ci appare come qualcosa
che abbia un inizio e abbia una fine. Questa
percezione errata è ciò che ci separa da
Buddha. La relazione intima tra Dio e il tempo,
o tra Dio e l'essere sfugge alla coscienza. Dal
punto di vista della coscienza è incomprensibile
come Dio sia presente in eguale misura in
tutte le esistenze, in me come nel diverso da
me. Tuttavia esiste una profonda relazione.
Quando queste relazioni si intrecciano in modo
armonioso ecco la manifestazione di Dio. Dal
momento che il termine Dio è pesante da
usare, utilizzeremo l'espressione: Universo,
cioè l'insieme armonioso di corpi differenti gli
uni dagli altri che partecipano attivamente ad
un mutuo sostentamento e splendore.
Si dice che Dio, l'Universo, sia perfetto, e gli
uomini imperfetti. Desidero raccontarvi un
fatto accadutomi di recente. Invitato a
cena in un rinomato ristorante da un
amico che di professione fa l'enologo,
ordinammo una delicata zuppa di pesce
come antipasto e decidemmo di gustare
della birra speciale. Pesce e birra
non sono il massimo accostamento,
tuttavia essendo lui un esperto nel
campo e avendo una cantina ben fornita
di birre pregiate, optammo per questa
bevanda. Ci portò una birra bionda
dal gusto fine, ma al nostro palato poco
saporita, così lo facemmo notare al
proprietario richiedendo una birra più
corposa. Non fu presa in considerazione
la nostra richiesta e ci venne servita
la zuppetta di pesce. La fusione
armoniosa e delicata dei due gusti esaltava
sia la zuppetta di pesce sia il gusto delicato
e leggero della birra. Solo allora il gestore
ci fece notare che non conta il gusto buono
della birra, o del vino che sia, se ricopre quello
delicato della zuppa, o del piatto che in quel
momento si accosta, ma che la scelta andava
fatta proprio in quel modo, a seconda della circostanza,
tenendo conto sia del piatto che
andava accostato che del tono della cena, cioè
dell'insieme. Che meraviglioso insegnamento
buddhista appresi. Le nostre vite sono proprio
così, non è importante se si è forti e abili se la
nostra forza e abilità, o saggezza che sia, non
si armonizzano con il contesto. L'armonia è la
cosa più difficile da creare. Il Sangha è e deve
essere l'espressione della migliore delle armonie.
Questo è veramente difficile.
Ricordo che dopo la scomparsa da questo
mondo di Taisen Deshimaru, in quella epoca
seguivo Taiten come discepolo e la questione
della continuità della missione era costantemente
presente nei nostri colloqui. Ci parve
indispensabile concretizzare la realtà italiana,
e non solo italiana, con la creazione di un
Tempio Zen. Naturalmente mancavano i soldi.
La prima cosa che si fece fu quella di organizzare
delle grandi sesshin. Quando si vuole
organizzare una grande sesshin e non si ha un
Tempio a disposizione, occorre cercare un
luogo adatto. Le nostre scelte cadevano sempre
su luoghi religiosi, collegi, luoghi per seminaristi
ecc. In quel tempo fui davvero fortunato,
perché mi furono assegnate molte responsabilità.
Ebbi la fortuna di vivere molte contraddizioni.
Una citazione di Taisen Deshimaru
che ricordo diceva: "Se noi misuriamo, standardizziamo,
stabiliamo delle regole sulla
postura, sulla respirazione, su come deve
essere la coscienza….siamo nel completo errore"
Dobbiamo conoscere le regole certamente,
ma poi, il come è tutt'altra cosa. C'è un episodio
molto interessante accaduto molto tempo
fa al Tempio della Gendronniere. Sempre,
credo, per intercessione di Taiten, mi venne
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assegnato durante una seshin, l'incarico di
fare il responsabile del silenzio. Ora, se c'era
un ambiente pieno di contraddizioni, questo
era proprio il Tempio della Gendronniere.
Come sapete, in un Tempio Zen, la sera
spente le luci, il responsabile passa in tutti i
luoghi battendo due legni tra loro per annunciare
l'ora del riposo. Vi era una usanza alla
Gendronniere, durante una sera particolare,
che era quella di ballare e cantare attorno ad
un fuoco acceso per l'occasione. Non era male
in effetti, ma come sempre accade il troppo
stroppia si dice e, quella sera, il solito gruppetto
aveva alzato il gomito e non voleva saperne
di andare a dormire. Nonostante le mie suppliche
non trovai altra soluzione che gettare dell'acqua
sul fuoco e spegnerlo causando l'indignazione
e la collera dei presenti. Per evitare
una rissa, li mandai al diavolo e continuai il
mio giro in zone più tranquille.
Sfortunatamente, o fortunatamente, a
seconda dei punti di vista, incontrai lungo il
viale il Maestro. Quando si è colti in flagrante,
la cosa più semplice da fare è giustificarsi, e
così feci io. Il Maestro mi apostrofò dandomi
dell'idiota e dell'incapace. Ricordo che, sconvolto
per la reputazione persa agli occhi del
Maestro, salii in camera da Taiten e con le
lacrime agli occhi spiegai la situazione. Mi sorprese
il riso e l'esclamazione di Fausto:
"Fregatene". Ora, se siete realmente impegnati
in un cammino di consapevolezza, l'ultima
cosa da fare è proprio fregarsene. Fu per me
un grande koan e allo stesso tempo un grande
insegnamento.Fu la prima lezione che mi insegnò
a non dare troppa importanza a me stesso
e alle mie conclusioni.
Tornando al nostro racconto, non c'era l'abitudine,
a quel tempo , di avere un posto assegnato
nel Dojo. Si entrava più o meno ordinatamente
e ci si sedeva più o meno dove si
voleva. Taiten desiderava cambiare alcune abitudini
riguardo il comportamento da tenere in
un Dojo Zen e introdurre quindi la regola dei
posti assegnati. Così, capitava spesso che
dopo aver terminato le mansioni amministrative
relative alle iscrizioni e alla organizzazione
degli alloggi, la notte che precedeva l'inizio
della sesshin la passavo sistemando dei
bigliettini con scritto i nomi di ciascuno al
posto che avevo assegnato. Molti di voi forse
ricordano quei tempi e forse anche i bigliettini.
Ricordo con angoscia quel tempo perché bisognava
sistemarli per anzianità buddhista e non
si conoscevano tutti i partecipanti. Così, all'ultimo
momento, poteva capitare di dover spostare
tutti di qualche posto per l'arrivo all'ultimo
momento del monaco pinco o pallino.
Quando l'operazione era terminata, salivo da
Taiten per concordare i Sutra del giorno
seguente e le responsabilità di tutta la giornata,
in quanto avevo anche la mansione di Ino
e Godo. Intrecciavo in questo modo, senza
rendermene conto, le mansioni di Kannin, di
Godo, di Tantoo. Ino, segretario e Shusso.
Ora, detto in questo modo, può sembrare che
il tipo di cui stiamo parlando (cioè il sottoscritto)
fosse un megalomane. Non vi era solo la
persona che vi parla, in quell'inferno, c'era
Marosa, Mariagrazia, e tante altre persone che
lavoravano pazientemente all'organizzazione,
ma sicuramente io ero il responsabile di tutto.
Non sto ad annoiare oltre, però ancora due
cosette voglio raccontarvele. Dopo aver pensato
a tutti e distribuito camere a seconda del
grado di anzianità buddhista, mi rendevo
conto di non aver pensato al mio di alloggio, e
così, un poco per velocizzare le comunicazioni
con Taiten, un poco per controllare la situazione,
un poco per masochismo, mi stendevo un
giaciglio fuori della sua camera e mi coricavo.
Ho sempre fatto attenzione, in quelle circostanze,
a coricarmi sempre dopo Taiten e svegliarmi
prima, come dice la nostra regola.
Come dicevo all'inizio, fu un grande periodo.
Sperimentai proprio in quelle occasioni la sonnolenza
durante zazen. Prima di allora non riuscivo
a capire come fosse possibile dormire
durante zazen. Finita finalmente la sesshin,
durante la quale accadeva di tutto perché
molta gente che veniva da lontano e dall'estero
desiderava parlare personalmente con
Taiten, spesso dovevo mettermi l'abito della
guardia del corpo. Alla fine comunque, tutti a
casa, ma restava la trattativa con il prete o il
responsabile di turno per la regolarizzazione
della parte economica. Cosa che avveniva
sempre dopo aver controllato tutto lo stabile.
Il più delle volte mi riusciva di dare sempre
meno del dovuto e così accumulavamo i soldi
per l'acquisto di un nostro Tempio. Una sera
meditai molto sullo spirito di profitto. Tutti
erano partiti, Taiten era rientrato a casa, rimasto
solo con il prete responsabile dello stabile
trattai il prezzo e mi feci donare parecchi
milioni di lire. Ricordo che quella sera misi
tutti i soldi sul tavolo della mia camera e meditai.
Potevo benissimo trattenere qualcosa per
me, visto che non ricevevo mai un rimborso
spese per tutto quello che spendevo, nessuno
controllava mai il mio operato. Avevo anch'io
un Dojo da mandare avanti.
Realizzai lì che il denaro è un serpente velenoso.
Lo realizzai di nuovo molto tempo dopo,
ancora una volta, ma c'è qualcosa di ancor più
velenoso del denaro: l'invidia e la gelosia.Sono
invidia e gelosia a trasformare l'oro in serpe
velenoso. Credo che sia veramente difficile in
questa nostra vita salvaguardare lo spirito di
fede e di generosità soprattutto man mano che
passano gli anni e si acquisisce esperienza.
Proteggere il proprio spirito dalle stravaganze
della mente umana deve essere il significato di
una religione moderna. Salvare la propria vita
non significa diventare egoisti. Ci sono due
modi di essere egoisti: un modo è sano, l'altro
è malato. Il modo sano è comprendere che
nessuno e niente devono metterti nella condizione
di dover perdere la tua dignità. La paura,
l'angoscia, il senso di colpa, quello d'insufficienza
sono dei virus che si propagano nella
mente umana e nella società. Si fanno breccia
nella brava gente a causa di una fragilità, di
una timidezza nei confronti della vita. Il modo
malato è cercare sempre di mettersi prima
degli altri, seguire la sete del potere e della
ricchezza per soddisfare le proprie brame.
Sono questi virus i responsabili dei tanti danni
che gli uomini commettono. In questa ottica,
vittima e carnefice spartiscono la stessa retribuzione,
anche se sembra che gli uni soffrono
a causa degli altri. Quando accettiamo di vestire
l'abito del "servizio" e diamo tutto noi stessi
nell'incarico che abbiamo ricevuto, stiamo
facendo tutto quello che possiamo fare nel
praticare la Via. Naturalmente dobbiamo fare
attenzione a non restare delusi dal desiderio
del merito.La vita e la Via, che poi sono la
stessa cosa, non hanno nulla a che vedere con
il mercimonio. Quando la religione degenera
si pagano i preti professionisti per gli incarichi
che svolgono. Ed è proprio quando si inizia a
trarne guadagno personale che degenera la
religione. Lo stesso accade nella società.
Quando un paese degenera al punto di dare
altissimi stipendi per mansioni che dovrebbero
essere rivestite solo per senso del dovere
verso se stessi e la collettività, allora, quando
questo accade, la società marcisce perché
implode su se stessa. Ovviamente parlo di
incarichi istituzionali. Il senso del guadagno è
dentro sino la parte molle dell'osso che compone
il nostro corpo. Sapete che la parte molle
dell'osso è la parte più profonda nell'essere
umano, è il midollo. Impossibile da togliere,
impossibile da cogliere. Qualcuno, nella nostra
storia buddhista, ha colto il midollo, ma ho
dimenticato chi, .certamente voi ve lo ricorderete.
Quando iniziai a studiare lo zen con
Taiten, mi immaginavo che sarei entrato in un
mondo fantastico. Un mondo dove la purezza
potesse trionfare sull'ingiustizia. Mano a mano
che andavo avanti nella vita e nello studio
dello zen, mi pareva che fuori da quel mondo
che mi affascinava tutto fosse compromesso,
impuro, inquinato. Ma col passare del tempo
quel mondo zen così affascinante iniziava a
sgretolarsi. Se avete visto il film La storia infinita,
un film per bambini, c'è un momento in
cui il meraviglioso mondo di Fantasia si sgretola
al passare del nulla. Il nulla in quel film
era rappresentato dall'incapacità della gente di
dare vita ai loro sogni. Per me era lo stesso.
Dal momento che quel mondo che mi ero raffigurato
fantasticamente si sgretolava dentro
di me, nasceva un senso di vuoto, quasi di
delusione.
Agli inizi della vita di Fudenji le cose non
erano come le vivete voi oggi. A partire dalla
struttura e fino all'aria che si respirava. Dal
momento che qui con voi ci sono persone che
hanno vissuto quel periodo, io non starò ad
annoiarvi con il racconto di quei tempi. Come
saprete, vivo con la famiglia a Komyoji, un piccolo
luogo sulle colline dove da diversi anni
conduco la mia vita buddhista. Le persone che
vi giungono per le sesshin sono a volte come
fantasmi ai miei occhi. Ombre che arrivano,
passano, e vanno.
Difficile mettere radici in un tempio zen.
Quando le persone giungono per vivere e condividere
il tempo della sesshin, è come se
facessero un tuffo nel tempo passato e occorre
qualche giorno perché tutto si armonizzi.
Poi, a sesshin terminata, il lavoro, la famiglia,
i tanti impegni richiamano alla loro realtà ed
ecco il fuggi fuggi generale. Mi ritrovo a ripetere
spesso: non fuggite, dove andate? Gli
impegni, i tanti problemi, vi inseguono dovunque
andiate, sono come la vostra ombra. A
quei tempi vivevo la mia vita in una scuola di
Ju Jitsu da me fondata e bambini, ragazzi,
adulti frequentavano quel luogo. Ricordo bene
il rammarico che mi attanagliava il cuore
quando il giovedì pomeriggio lasciavo allievi e
scuola per andare al Tempio Zen da dove avrei
fatto ritorno solo il lunedì mattina successivo,
quando il Tempio chiudeva. Sapevo che col
passare del tempo, continuando in quel modo,
molto probabilmente mi sarei giocato la scuola.
Ma non trovavo altra via di uscita, altra
scappatoia. Se avessi trovato una scappatoia
l'avrei presa, ma non la trovai e continuai così
per molto tempo. D'altronde necessitava
anche sostenere la partenza del Tempio e
molti occhi erano su di noi, non solo quelli del
Buddha, che erano i più importanti,
ma anche quelli di tutta
Europa. Vi racconto questo perché
noi abbiamo sempre l'impressione
che se facciamo una
cosa ne perdiamo un'altra, questo
è il sottile inganno che ci
turba. Nessuno di voi è scollato
da se stesso e la vita scorre là
dove si poggiano i vostri piedi,
qualunque sia il luogo e il
tempo. Se ci si lascia dilaniare
l'animo dal senso della privazione,
della rinuncia, del sacrificio,
la vita diventa povera, si perde
la fiducia in se stessi e la capacità
di creare la saggezza.
Certo, se siete qua, non siete
là, questo fisicamente, ma è
realmente così? Quante volte pur essendo in
un posto non ci siete…. E quante volte, pur
non essendo in un posto, ci siete…. Certo, se
volete seguire il vostro Maestro dovete essere
dove è lui, anche fisicamente, ma questo non
sempre è possibile. Allora che si fa? Quando
fate zazen, dove siete realmente? Siete qui?
Siete la? Dove potete dire che realmente
siete? Sicuramente dobbiamo fare attenzione
alle nostre illusioni, e, perdonatemi il dire, non
bisogna aver paura delle proprie illusioni.
Anche il senso del dovere fa parte dell'illusione,
non possiamo vivere privi di illusioni.
Dobbiamo imparare a disimparare tutto quello
che ci ha condizionato per anni. Se provate a
disimparare, cioè a non conoscere, a non
sapere, cosa resta? Sarete nudi, nudi e infreddoliti,
ma veri. Se svolgete le mansioni che
dovete svolgere sapendo tutto quello che c'è
da fare, perché avete studiato, avete imparato,
cosa succede? Cosa date di voi stessi? Solo
miseria e povertà. Cosa accade quando il
vostro Maestro vi da un incarico e voi non
sapete come fare a svolgerlo? Fate san pai
(abbandono, prosternazione) abbandono dell’ego.
Fate san pai e basta. Questo è quello che
il vostro Maestro vuole vedere. Che sapete
fare san pai nel vostro spirito. Che quella
responsabilità vi riempia gli occhi, il cuore, le
orecchie, tutto ciò che avete e nonostante ciò
non sarete mai in grado di esaurirla a sufficienza.
Ma voi pensate, invece, che dovete
essere efficaci, che dovete risolvere questo o
quel problema, che dovete esibire le vostre
capacità. Intanto, voi non ci siete, siete solo
una perenne e continua frustrazione che passa
da un sapere all'altro. Sarete sempre come un
frutto acerbo. Questo, secondo voi, è quello
che un Buddha vi chiede? Tutti andiamo verso
quella riva dove ogni cosa finisce, dove ogni
cosa si dissolve per andare là dove non potremo
mai sapere, mai conoscere. Dove mai
riporrete la vostra fiducia, quando anche l'ultima
maschera sarà caduta? Questo è quello
che il vostro Maestro vi chiede.
Che gettiate la maschera che vi
protegge. Quella maschera che
vi opprime e vi soffoca, che vi
impone un atteggiamento anziché
un altro. Cercherete una via
di fuga sempre. Arriverete a
dipingere una porta sul muro
pur di immaginare di poter uscire
da questa gabbia, ma non
potrete. In conclusione, vorrei
dirvi, miei cari, che se siete qui,
se avete scelto questo Maestro,
dovete sapere che, dovrete
dare la vita per costruire questo
Tempio, al di là che questo
abbia successo o meno, al di là
che vi convinca o meno. Se
seguite un altro Maestro, che
non ha Tempio, sappiate che dovete lavorare,
impegnarvi nella vostra famiglia, nel vostro
lavoro e tuttavia avere il vostro cuore e la
vostra mente nella Via che quel Maestro percorre.
Sarete comunque, in ogni caso, dilaniati,
divisi negli affetti, maciullati nell'animo. Né
l'uno né l'altro sono facili. Né l'uno né l'altro
sono difficili. Chiunque seguiate, come insegnante
zen, troverete sempre la stessa cosa:
dovrete togliere la maschera e fare san pai.
San pai lo farete e rifarete fin tanto che lo
dimenticherete. Fin tanto che quella prosternazione,
quella disperazione, quell'ardore,
quella rabbia, quel pianto, quella delusione e
quell'illusione si inchineranno dinnanzi a voi
stessi e voi stessi vi inchinerete a voi stessi.
Così, finalmente un Buddha incontrerà un altro
Buddha e voi per la prima volta sorriderete e
forse, incontrerete il sorriso di tutte le esistenze.
Questo è quanto ho appreso prestando
umilmente servizio nei vari incarichi di un
Tempio Zen.
Grazie a tutti per la vostra gentile attenzione
Taido Kengaku Pinciara