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Notiziario n° 3 Primavera 2008 | >Archivio storico

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Per la redazione: Kengaku Pinciara, Hakuho Sottile, Mokuryo Maurizio
Per le foto: Myoshin Censi e Fabio Faccin  


Intervista al maestro

Riproponiamo alcuni stralci di una intervista del 1997 di Mina Ronchi al Maestro Kengaku Pinciara ritenendo sempre attuali gli argomenti trattati sia per chi non ha avuto modo precedentemente di leggerli sia per chi li rilegge convinti che nelle risposte troverà qualcosa di nuovo.

D: " Potessi dire all'attimo fermati sei bello, gettatemi in catene, prendetemi l'anima, non m'importa di niente, accetterei tutto…." …è più o meno quello che dice il dott. Faust, di Goethe. Sei d'accordo?

R: Una cosa è bella perché non è coglibile, ciò che non puoi avere resta per sempre bello. Quando sei dinanzi a uno spettacolo della natura, se non intervieni, percepisci la bellezza. Pur sapendo che non rimarrà così perché l'attimo successivo tutto sarà cambiato, il tuo spirito vibra in quell'attimo e coglie quell'attimo.

D: Quell'attimo lo cogli provando il dolore della consapevolezza che muterà subito?

R: Non è un dolore. Noi abbiamo un rapporto dualista col mondo. Ci siamo noi e la nostra cognizione del mondo che è fuori di noi. Quando veniamo a contatto col mondo, veniamo in realtà in contatto con un mistero. La bellezza è il mistero, il tempo lo è, la vita lo è. Il modo vero di vivere questa esperienza è il profondo rispetto verso il mistero della vita, è una reverenza. Se è così non è impossessarsene, ma piuttosto essere insieme, sentire dentro quel suono, cercare l'eco di questa realtà.

D: Come è possibile riuscire a vivere la reverenza verso il mistero se debbo costantemente confrontarmi con questo tempo che ho di fronte, che è il tempo della mia vita, della mia giornata, con l'ansia di sprecarlo, o di gestirlo, insieme agli altri che dividono con me questo tempo?

R: E' un fatto di coscienza. Voglio utilizzare un passaggio di un Maestro di Aikido, il quale dice appunto che possiamo comprendere il modo di operare la verità se sviluppiamo un senso di reverenza e di rispetto verso il mistero del mondo.
La reverenza è una meraviglia e un'apertura totale verso il mistero, ed è quindi ben diverso dall'assalire o mettersi in competizione con il mistero come noi di solito facciamo, perché non sappiamo stare fermi e in silenzio in quel tempo che non è scandito dall'orologio. Da questo senso di reverenza sorge la semplicità, un atteggiamento non utilitaristico, non violento, di purezza. Noi vediamo generalmente un inizio e una fine di tutte le cose, tendiamo a voler sviluppare una premessa e un risultato finale, vediamo sempre un profitto in ciò che facciamo. Se si opera nel senso della verità la premessa e il risultato finale sono la stessa cosa.

D: Intendi dire che essere semplici significa non tendere al risultato?

R: Così è facilmente fraintendibile, vivere e non tendere al risultato. Forse la semplicità la può capire solo una persona semplice.
Apertura verso il mistero, è lo stesso che dire "aprire le mani del pensiero". Se vuoi ascoltare qualcosa devi far stare silenzioso l'io. Se vuoi ascoltare la musica del mistero del mondo devi stare in silenzio col tuo io. Si può dire che la semplicità sia una assenza di suono dell'io.
Un Maestro di Aikido parla di quattro cose: la reverenza verso il mistero, che fa nascere la semplicità dalla quale scaturisce la verità. La spontaneità e quindi la purezza. Non c'è purezza se non c'è questa reverenza verso il mistero.
D: E' possibile vivere questo atteggiamento nei confronti del proprio tempo, cioè del tempo che abbiamo a disposizione ?
R: Nel nostro mondo arriviamo alla conoscenza facendo violenza su quanto vogliamo comprendere. Vogliamo capire, e allora sezioniamo, allarghiamo, stringiamo. E' quella una violenza sul mistero della vita. Un altro modo per conoscere è far sorgere spontaneamente questa conoscenza, che è intuitiva e nasce dal silenzio. Per far si che un suono vibri dentro di noi dobbiamo fare in modo che trovi uno spazio vuoto, ed è in questo vuoto che si forma un'eco. Questo vuoto è come una valle. Perché questo suono impercettibile all'organo uditivo possa arrivare, bisogna creare uno spazio vuoto. Lo spazio vuoto è silenzio della mente, dove non c'è più io, perché l'io è sempre collegato al rumore dell"io faccio".
Nel buddhismo si parla di brama di sapere, brama dell'esistenza. E' un impedimento verso la realizzazione.

D: Cos'è questa brama dell'esistenza?

R: Brama nel divenire. Uno degli scopi per cui veniamo al mondo è quello di conoscere, di prendere coscienza come esseri umani.
Per conoscere, per sapere diamo una forma e una regola a tutto, etichettiamo tutto. Le cose in natura mutano, niente resta lo stesso per più di un istante, e il mutamento, il divenire, il cambiamento sono la nostra angoscia.
E' vano lo sforzo di aver cercato di catturare qualcosa perché faccia parte della tua conoscenza, se il momento dopo questa cosa è già cambiata. La coscienza vive questo cambiamento come una mancanza di sicurezza.
Così creiamo un sistema di vita che rispetta le regole della certezza, basato su una conoscenza in cui cerchiamo di fermare le cose. Ma non c'è niente di certo, niente di sicuro. Le cose che mutano esprimono il modo d'essere della verità che implica un continuo non-conflitto, essere in silenzio, non noi protagonisti al centro del mondo.
Un capo indiano disse tanto tempo fa: " Il nostro popolo non aveva leggi ma eravamo in armonia col Grande Spirito che è creatore e sovrano di tutte le cose.
Voi bianchi eravate convinti che fossimo selvaggi, non avete cercato di capire. Quando cantavamo i nostri inni al sole, alla luna, e al vento diceste che adoravamo idoli. Senza capire ci condannaste come anime perdute solo perché la nostra forma di venerazione era diversa dalla vostra.
Noi vedevamo l'opera del Grande Spirito in tutte le cose, nel sole, nella luna, negli alberi, nel vento e nelle montagne.
A volte ci avvicinavamo a lui tramite quelle cose. Che cosa c'era di male ? Lo sapevate che gli alberi parlano ? Ebbene si, parlano fra loro e parleranno anche a voi se saprete ascoltarli. Il problema è che gli uomini bianchi non ascoltano, non hanno mai imparato ad ascoltare gli indiani. Suppongo che non ascolteranno le altre voci della natura, ma io ho imparato molte cose dagli alberi, a volte sul tempo, a volte sugli animali, a volte sul Grande Spirito ".
Non è questo un approccio completamente diverso?

D: Una sensazione di angoscia ci prende davanti al mistero, perché non riusciamo ad appropriarcene, a farlo nostro. Per questo lo etichettiamo e lo riconduciamo a uno spazio chiuso.
E' un modo per sfuggire all'angoscia. Per lo stesso motivo non riusciamo a sopportare il vuoto, il silenzio. Per questo continuiamo a riempire tutti i tempi?


R: Cerchiamo sempre di evadere il momento presente, nel quale dovremmo provare a vivere solo in un modo di essere di riverenza, di apertura del pensiero, di semplicità, verità e purezza.
Dobbiamo far cadere l'io, benché anche l'io abbia una sua funzione…
Gli indiani quando andavano in guerra si preparavano fortificando il proprio ego, l'io ha dunque una sua funzione ma noi non siamo capaci di liberarcene, non siamo capaci di ascoltare l'eco.

D: Partendo da questa considerazione e scendendo alla pratica quotidiana, cercando così di trasformare questa conversazione in un suggerimento per la vita di tutti i giorni, come possiamo fare per intraprendere questo cammino?

R: Cerchiamo allora di cogliere il punto della nostra quotidianità.
Se per esempio siamo malati, subito la nostra preoccupazione diventa : "Dov'è questa malattia ? Cosa devo fare per guarire ?" Questo è il nostro approccio. Ma il punto non è questo, il punto è: "sono malato, devo vivere in intimità con questa malattia". Sono due modi diversi, uno è violento e dichiara: "devo espellere questa malattia, che è qualcosa che si oppone al mio io, alla mia vita, devo guarire", e vedi la malattia come qualcosa che ti ha attaccato e che ti ha messo in pericolo. Non la conosci, non sai come sconfiggerla, ti sta attaccando. La nostra medicina funziona così. Abbiamo sviluppato un sistema di medicina cruento, violento, che annienta la malattia, e non sviluppa il metodo di capire profondamente la malattia e all'interno di questo procedimento capire come uscire dalla malattia.

D: Però la prima domanda che mi viene è "se ho un infarto e non cerco di fare qualcosa per uscirne subito, muoio". Non ti pare?

R: Un infarto non viene mai di colpo, da un momento all'altro. E' la coscienza del corpo che manca, ma questo accade molto prima che sopraggiunga l'infarto. Non ascolto il mio corpo che mi manda sintomi e messaggi, che non è in armonia col tempo, con l'essere, sono proiettato nel lavoro e ad un certo punto mi viene un infarto. Se la coscienza del corpo non è in grado di ascoltare non avrà mai il messaggio.

D: E come riesco ad ascoltare la coscienzadel corpo?

R: Attraverso il silenzio, attraverso la pratica di una Via educativa che conduca allo sviluppo della coscienza del corpo e attraverso il silenzio della meditazione ascoltiamo noi stessi. Così come quando andiamo a passeggiare nella nostra pineta e ascoltiamo le piante. Se c'è assenza dell'io, assenza di pensiero, quel tempo si dilata. Se siamo frenetici il tempo si restringe.
I contadini sembra che realizzino più di noi, sembra che siano lenti ma alla fine hanno fatto molto di più, perché riescono a dilatare il tempo. E un fatto di coscienza, è un fatto di armonia con quello che fanno. Non tornano mai indietro, il colpo d'accetta è uno solo, quello giusto, PAM, non sbagliano, è un altro modo di vivere. E' difficile arrivare alla soluzione di questo problema.
Il Maestro Taisen Deshimaru diceva " Non possiamo curare le malattie del XX secolo con le medicine del XVII secolo ". Non possiamo risolvere il problema con metodi vecchi, con la vecchia concezione dell'io e del mondo.
Impariamo ad abbandonarci.

D: Ma se ci troviamo a correre ogni giorno, per andare al lavoro, per fare la spesa, per tornare a casa, per pagare le bollette, come arriveremo a trovare quel ritmo e a tradurlo per noi nella nostra dimensione?

R: Se si fa una vita in cui viene proposto qualcosa di innaturale, si cambia la vita. Ciascuno deve fare quello che in fondo al suo spirito sente che è vero, e se sente che è vero molla tutto, è un fatto di karma.
Non si fa da un giorno all'altro, si fa quando si sente. Si trasforma il karma con piccole azioni. Nel Cosmo tutto è in funzione di aiutarci, ma bisogna essere in sintonia. Se cominci ad aggredire, a non chiedere, non vuoi fidarti, non vuoi capire, non arriva la cosa giusta. Vuoi forse pensare che uno conciato male non abbia proprio nessuna chance ? Io non ci credo.
Basho era figlio di un pescatore, voleva fare il monaco, studiare la verità, ma non poteva, perché in Giappone a quell'epoca bisognava continuare la professione del padre. Lui non va contro il suo destino, ma desidera profondamente nel suo cuore di fare il monaco zen. Un giorno è in barca col padre. Questi cade in acqua e Basho sta per allungare una mano per afferrarlo, poi decide di lasciare il padre al suo destino. Il padre affoga e lui si fa monaco.
Certo a noi un racconto del genere può sembrare orribile. Ma vediamolo da un punto di vista diverso. Era arrivato il momento di andarsene per suo padre e Basho ha avuto un'occasione.
Quando divenne un monaco sapiente, il padre gli apparì in sogno diverse volte e lo ringraziò giacché a motivo di questo sacrificio aveva raggiunto un più elevato livello di coscienza, perché
il figlio era diventato una grande luce per gli altri.
Quello che uno desidera in fondo al suo spirito prima o poi l'universo glielo concede. Kodo Sawaki diceva, se desideri profondamente una cosa, questa cosa la realizzi. La devi desiderare profondamente.

D: Questo racconto significa che non ha senso lottare per ottenere qualcosa e cercare così di divorare il tempo? Bisogna non lottare, attendere e lasciare che il tempo scorra?

R: Siamo tutti in un grande disegno e non lo sappiamo. Le coscienze individuali vorrebbero fare delle cose, ma se non è il momento le cose non avvengono. I Profeti erano coloro che lanciavano
un messaggio fuori dal tempo. Non perché erano dei veggenti ma perché sapevano tradurre il tempo presente. Vivevano la dimensione del qui ed ora in un modo talmente amplificato da saper vedere cosa sarebbe accaduto in futuro. Nella nostra civiltà non c'è sapienza, né capacità di ascolto. Per me il tempo è l'essere. Dobbiamo agire in armonia con le circostanze.

D: E qual’ è l'essere di tutti coloro che oggi, in cerca di lavoro, disoccupati, avviliti, vivono il tempo come una frustrazione e un fallimento?

R: Ci sono quattro nobili verità e i discepoli chiedono "Maestro come si fa ad arrivare all'estinzione della sofferenza?" e Buddha risponde " Praticate l'ottuplice sentiero"… "
Quali sono gli otto sentieri ?"…" Retta vista, retto udito, retti mezzi di esistenza, retta concentrazione,…"
Ma " cosa vuol dire retto ?" Non è la morale perché la morale cambia in ogni epoca e in ogni paese.
Chi ha stabilito cos'è retto ? La coscienza. E la coscienza cos'è ? Il frutto di una valanga di informazioni e non solo. I dati che ti hanno messo dentro attraverso informazione, cultura, il popolo di cui fai parte... Il messaggio di Buddha e Cristo non può essere questo.
C'è frustrazione perché c'è dualità. Credo che il problema non sia il tempo vinto o sconfitto, ma l'essere, in cui non c'è sconfitta né vittoria. Ieri sera due miei allievi di ju-jitsu hanno avuto un duro combattimento, erano tutti e due segnati in faccia. Ho chiesto :" Chi ha vinto ? Non la bellezza, la tecnica, l'opportunità.
Ha vinto solamente l'orgoglio. Uno nel non voler battere la resa, e l'altro nel voler tirare il collo a tutti i costi. Ha vinto l'orgoglio. Adesso rifate e cercate di non far vincere l'orgoglio.
Non deve esserci solo forza. Avete perso tutti e due."
Questo non è il modo di fare Ju Jitsu e Judo, è soltanto un modo d'imporsi. Non possiamo capire il Judo di Jigoro Kano, lo Zen di Dogen e il messaggio di Cristo, che è il modo di essere della verità. E' possibile inserirsi in un contesto e in quel contesto vivere in maniera libera.


Agli inizi della storia cinese troviamo questa poesia:"Il re di Ciu attraversando il Kiang/trova un chicco di sagittaria/è rosso come il sole/è grosso come una noce/lo raccoglie e lo mangia" E' il sovrano di un potente impero, ha dunque il diritto di mangiar qualcosina. La frugalità è l'essenziale. Il resto… è soltanto disordine. I soldati di Alessandro, che erano anch'essi frugali, non si sono sbagliati.
Chi non accetta di iniziare dall'esercizio del meno, può esser certo di perdere il suo tempo.
Da Il suono di una mano sola
Nicolas Bouvier.


 

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