Come, nello scorso numero del nostro Notiziario, abbiamo inserito parole di Nicolas Bouvier, viaggiatore schivo e pensatore dell'essenziale, oggi proponiamo alcune riflessioni sul mito ed il sacro di Umberto Galimberti. Non ci sembra fuori luogo, difatti, affiancare qui questi chiaroscuri che, in certi momenti, sembrano avere lo stesso profumo del nostro cammino. Buona lettura.
Con l'insistenza infinita dell'onda sulla spiaggia, il racconto mitico è… come il ritorno della stessa onda sulla stessa riva, dove però ogni volta tutto il senso si rinnova e si arricchisce, riassumendosi in un'esperienza che, indescrivibile nella concettualità occidentale, si rivolge allo spazio dell'interrogazione, dove però a interrogare non siamo noi, ma il mito che già ci ha sorpreso nel dialogo dell'interrogazione su di noi e con noi.
Il mito, infatti, non è mai "questo" o "quello"… Si può dire che il mito "è" questo o quello solo nel senso che "fa" essere questa o quella cosa, nel senso che la "eventua", la fa accadere.
Per questo è necessario rapportarsi al mito non come a uno strumento, ma come a una parola che parla. Si tratta ovviamente di una parola che parla non nella forma della "spiegazione" propria della concettualità razionale, ma nella forma dell’ "evocazione", essendo il mito non ciò che si pensa, ma ciò in cui e da cui si pensa.
A differenza del linguaggio esplicativo della ragione che dice come le cose sono, il mito inaugura un linguaggio che non dice, ma ritorna dal detto a ciò che è ri-chiamato. Il ritorno non risale alla causa, ma allude a un fondo inesplorato. Luogo e non-luogo del discorso, il mito dis-loca ogni parola… che è compresa non quando si capisce ciò che dice, ma quando colloca ciò che dice in ciò che non dice eppure richiama.
Per questo è necessario seguire una Via, ma siccome il luogo in cui si deve arrivare non è detto, non si può intendere la Via come un semplice mezzo per giungere a una meta che lascia la Via alle spalle. Questa è la ragione per cui non c'è un metodo per leggere i miti. Lasciandosi alle spalle… i metodi dell'Occidente, il mito inaugura quel trovarsi per Via, quel trattenersi nella Via, senza possibilità che un risultato possa offrirsi come meta raggiunta.
Il sacro, infatti, di cui il mito è il primo riflesso, è un certo orizzonte enigmatico che sta al di qua della parola e delle sue possibili interpretazioni. Per questo il mito non dischiude una via interpretativa ma un'esperienza…
Per questo, rispetto all'esplicitazione di significati, il mito è silenzio, rispetto all'intrecciarsi vorticoso delle parole, il mito è quiete.
La parola mitica, che in quanto parola originaria in sé raccoglie ogni detto e lo fa venire alla luce, è dunque il luogo verso cui occorre avviarsi per comprendere ciò che il detto veramente dice. Incamminarsi verso quel luogo, che è poi il luogo del sacro, è un tenersi in cammino, perché il luogo è nascosto e la sua dimora abissale.
Tratto da Orme del sacro
(Feltrinelli, 2000)
di Umberto Galimberti.
|
|
 |