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Notiziario n° 4 Autunno 2008 | >Archivio storico

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Per la redazione: Kengaku Pinciara, Hakuho Sottile, Marzio Bomitali, Koho Rigoni
Per le foto: Myoshin Censi


A proposito di - di Salvatore Hakuho Sottile

Dato che la questione, grossa come un macigno, è stata posta, la questione del terzo elemento, vale a dire la riflessione intorno al nostro vivere insieme, in una famiglia o in una comunità poco importa; e dato che quel che segue è un girovagare intorno al mito ed al sacro, vale a dire ancora lì, al modo in cui, in Occidente, ha preso forma lo stare insieme degli uomini, non ci pare inopportuna questa pagina di Roberto Calasso, preziosa come tutto il suo studio sul mito greco. State a sentire e, se ve ne viene voglia, scriveteci.


 

Quando la vita si accendeva, nel desiderio o nella pena, o anche nella riflessione, gli eroi omerici sapevano che un dio li agiva. Lo subivano e lo osservavano, ma ciò che avveniva era una sorpresa innanzitutto per loro. Così spossessati della loro emozione, delle loro vergogne ma anche delle loro glorie, furono i più cauti nell’attribuirsi l’origine degli atti. “Tu per me non sei causa, gli dèi soltanto sono cause” dice il vecchio Priamo guardando Elena sulle Porte Scee. Non riusciva ad odiarla, né a vedere in lei la colpevole di nove anni sanguinosi, anche se il corpo di Elena era il simulacro stesso della guerra che stava per concludersi in un massacro.
Nessuna psicologia ha fatto un passo oltre, da allora, se non nell’inventare, per quelle potenze che ci agiscono, nomi più lunghi, più numerosi, più goffi e meno efficaci, meno affini alla grana di ciò che accade, sia piacere o terrore.
I moderni sono fieri soprattutto della loro responsabilità, ma così pretendono di rispondere con una voce di cui non sanno neppure se a loro appartiene. Gli eroi omerici non conoscevano una parola ingombrante come “responsabilità”, e non l’avrebbero creduta. Per loro, è come se ogni delitto avvenisse in stato di infermità mentale. Ma quell’infermità significa qui presenza operante di un dio. Ciò che per noi è infermità, per loro è “infatuazione divina” (áte). Sapevano che quell’invadenza dell’invisibile portava con sé, spesso, la rovina: tanto che, col tempo, áte passò a significare “rovina”. Ma sapevano anche, e Sofocle lo disse, che “nulla si avvicina di grandioso alla vita mortale senza l’áte.
Il popolo ossessionato dalla “tracotanza” (hÝbris) era anche quello che guardò con massima incredulità alla pretesa che ha il soggetto di fare qualcosa.

Ciò che il soggetto sicuramente fa è il mediocre; appena un soffio di grandezza, di ogni genere, turpe o virtuosa, lo sfiora, non è più il soggetto ad agire. Poi il soggetto si accascia come un qualsiasi medium appena le voci lo abbandonano.Per gli eroi omerici non sussisteva il colpevole, ma la colpa, immensa. Era il miasma, che impregna sangue, polvere e lagrime. Non distinguevano, con intuizione a cui i moderni non sono ancora giunti, dopo essersene distaccati, il male della mente e il male della cosa, l’assassinio e la morte. La colpa è come un masso che sbarra la strada; è palpabile, incombente.
Forse il colpevole la subisce non meno della vittima. Dinanzi alla colpa vale solo il calcolo spietato delle forze. Dinanzi al colpevole, c’è sempre un’ultima vaghezza.

 

Non si riesce mai ad accertare sino a che punto sia davvero tale, perché il colpevole fa corpo con la colpa e ne seguirà la meccanica. Forse schiacciato, forse abbandonato, forse liberato. Mentre la colpa rotola avanti su altri, a formare altre storie, altre vittime.

Tratto da Le nozze di Cadmo e Armonia (Adelphi 1988)
di Roberto Calasso.

di Salvatore Hakuho Sottile

 


 

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