| |

Scrivete al maestro
kengaku@komyoji.eu
in archivio:
> Riflessioni 01/04/2007
> Riflessioni 25/04/2009
Roberto Kengaku Pinciara


|
|
Intervista al monaco zen Kengaku Pinciara
tenuta al Tempio Zen KomyoJi il 15.11.2009
* Buongiorno, potrebbe spiegarmi qual'è il ruolo dello Zen all'interno della dottrina buddhista?
Buddha Shakyamuni dopo numerose esperienze ascetiche va alla radice del dolore comune all'intera umanità e ne comprende l’origine. Trova il modo di estirpare tale dolore attraverso la pienezza mentale e proclama le quattro nobili verità(1) , quindi indica l'ottuplice sentiero (2) per il corretto modo di realizzare la verità. Egli espone tali principi nel suo primo sermone, tenuto nel parco delle gazzelle presso Varanasi, da quel momento via via prende forma, attraverso i detti e gli insegnamenti, la dottrina buddhista. All'origine quindi della dottrina buddhista c'è il "risveglio" di quello straordinario uomo che è stato Shakyamuni detto il Buddha. Lo zen è questo ritorno all'origine, prima che appaia la divisione nell'uomo tra il bene e il male, tra sé e il tutto.
* Come avviene il magistero dei valori fondamentali dello zen? Esistono forse testi scritti analoghi alle altre religioni?
Anche se esiste una vastissima letteratura riguardo la dottrina buddhista e in particolare quella zen, da sempre la trasmissione di questo insegnamento e del modo di essere tipico dell'uomo del risveglio è avvenuta da persona a persona. Una persona che a sua volta aveva ricevuto la trasmissione da un’altra persona e così di seguito fino a risalire a Buddha Shakyamuni. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con una sorta di " catena di sant'Antonio".....L'esperienza è sempre una questione soggettiva e mai trasferibile Il maestro, in questo caso colui che dona la cosiddetta trasmissione, certifica semplicemente la corretta direzione dell'allievo. Allievo che ha mostrato ampiamente di dedicare l'intera sua vita a questo percorso e che si fa carico di trasmetterlo a sua volta. Questa cerimonia avviene durante molti giorni e al termine di un percorso di studio e pratica. Se lei mi chiede se nel buddhismo esiste una verità rivelata o un libro "magico" cui fare riferimento, assolutamente no. Lo stesso Buddha Shakyamuni ha sempre insegnato di sperimentare direttamente senza lasciarsi influenzare da nulla che non fosse la verità.
* Personalmente, ho conosciuto lo zen leggendo una raccolta di aneddoti ed ho fatto qualche esperienza in diversi luoghi di pratica, mi è parso di capire che è centrale il rapporto maestro-allievo.
Si, molte letterature zen sono ricche di aneddoti sul rapporto tra maestro e discepolo, sono esempi di vita vissuta e condivisa. Credo che il tentativo sia sempre stato quello di trasmettere ciò che nelle varie dottrine religiose viene chiamato “insegnamento” attraverso vita vissuta. D’altronde anche nel Vangelo vediamo gli insegnamenti di Cristo mescolati alla vita che viveva insieme ai suoi discepoli. Se c’è un legame spirituale ed affettivo tra maestro e discepolo, questo è profondo proprio nel Vangelo; il Buddha si manifesta sulla terra 500 anni prima di Cristo, ma prima ancora del Buddhismo troviamo rapporti stretti tra persone che perseguivano un cammino spirituale. Penso sia completamente naturale. Quando si vive in una comunità religiosa, c’è sempre una persona di riferimento e questa è quella cui si attribuisce una completa esperienza della cosa che stiamo praticando o cercando.
* Le raccolte di aneddoti e dialoghi dei maestri sono note per le loro situazioni paradossali, a volte apparentemente assurde tanto da lasciare sconcertati e perplessi. Qual'è la ragione di tanta ermeticità?
Nessuna ermeticità, se lei vuole realizzare l'essenza della sua mente, chi lei è veramente, è bene che scopra le tante maschere che indossa. I dialoghi riportati così spesso nella letteratura zen, sono dialoghi avvenuti durante la vita vissuta insieme . Le faccio un esempio: un giorno, mentre un maestro zen nel suo tempio stava facendo pulizie, un giovane studente lo avvicinò per porgli delle domande. Il maestro fece notare che stava lavorando e non era bene disturbarlo. Poiché l'allievo insisteva , proprio nel mentre il maestro stava pulendo i cessi.....alla domanda cosa fosse la natura del buddha, la risposta giunse immediata: " un bastone per la merda" come fa lei ad estrapolare questa affermazione dal contesto dove era avvenuta ? Certo, il maestro poteva rispondere semplicemente " Qui ed ora concentra la tua mente", ma sarebbe stata una risposta troppo intellettuale e non avrebbe scioccato l'allievo imprimendogli per sempre l'essenza della risposta.
* Eppure, visti da fuori voi dello zen, con l’importanza che date al rapporto con un maestro, potete sembrare un po’ anacronistici…
Il fatto è che non bisogna fare confusione, né di tutte le erbe un fascio. Ogni esistenza, ogni persona, ha un suo unico e inimitabile modo di essere che deve esprimere. Semmai il punto è: questa società, dove tutto sembra permesso, ti consente di esprimere il tuo reale modo di essere? Poi, mi permetta, “vista da fuori “ ogni cosa appare diversa da quello che è…
* Il reale modo di essere di ciascuno è, necessariamente, insito in ognuno di noi, perché allora rivolgersi a un maestro, o comunque a una disciplina per cercarlo?
In realtà noi non abbiamo bisogno di quello che lei chiama, come figura istituzionale, il maestro. Ma abbiamo bisogno di una via, abbiamo bisogno, se mi consente il termine, di un mezzo. Per andare da Pavia a Milano, che ci andiamo in automobile, in treno, o persino a piedi, dobbiamo comunque usare un mezzo, il mezzo è quello che ci permette di giungere a destinazione. Siamo comunque noi a compiere l’azione, a farne l’esperienza, ma abbiamo bisogno di un orientamento.
* Ma perchè cercare un orientamento in una via come lo zen, non esiste già un orientamento sociale, che esprime dei valori universali?
Io le vorrei far notare che in ogni società l’orientamento segue sempre gli scopi di qualcuno che ne detta le regole. Per fare un esempio, nella seconda guerra mondiale, combattendo contro i giapponesi, sono morti migliaia di soldati americani, in ogni epoca migliaia di uomini hanno combattuto e sono morti sui campi di battaglia, seguendo le cosiddette esigenze sociali. Una decina di anni dopo le stesse persone sedevano al ristorante insieme, stringevano rapporti di lavoro con quegli stessi che avevano ucciso i loro padri e i loro fratelli, non so se rendo l’idea. La direzione non può mai essere data dalla società, perché la società segue sempre un interesse.
* In ogni caso, che bisogno c’è di seguire delle regole di tipo religioso, mi faccia capire, non le sembra che ora grazie all’attuale livello culturale le persone siano in grado di decidere da sé stesse ?
Potrei risponderle: e che bisogno c’è di sentirsi persone libere? Seguiamo il carrozzone di ciò che già esiste: tutto va bene, perché tutto è giusto cosi com’è. Ma, per coloro che hanno una richiesta diversa, una domanda costante che non trova risposta, un cammino verso la scoperta del loro “reale sé “ può essere necessario, se non addirittura fondamentale. Vorrei farle notare che quando parliamo del nostro reale modo di essere non intendo dell’Io che, a partire dalla nascita, si costituisce e cresce attraverso le esperienze, ma piuttosto quel modo di essere che E’ insieme a tutte le esistenze che vivono con noi in questo istante questa realtà. Non sono assolutamente contro “l’Io”, senza il quale mai potremo fare l’esperienza “dell’altro”, esperienza fondamentale per ricongiungerci all’armonia del tutto. Non vi è nulla di ciò che esiste che possa dirsi inutile. In natura ogni cosa è quella che è. Ed è perfetta così com’è. Ha osservato il giardino fuori del Tempio? Non è molto bello è vero, ma sa, in questa terra argillosa e sempre esposta al vento, è difficile curare il giardino. Le piante che mettiamo vengono rapidamente soffocate dalla gramigna, dai rovi selvatici…..è difficile per una pianta crescere qui, quando seminiamo e piantiamo piante, rapidamente la gramigna e altre piante selvatiche le soffocano……forse non è l’ambiente giusto. Comunque il separare il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, i buoni propositi dalle tentazioni malvagie è sempre stato il problema di noi umani. Noi, in una qualche misura, siamo i custodi di questo meraviglioso pianeta, ma credo che in realtà siamo i custodi di noi stessi..… Se lei non pulisce casa sua tutti i giorni cosa succede ?
* Quindi non resta che rivolgersi a una tradizione, ad una istituzione religiosa di riferimento?
Io non credo che un’istituzione, anche se religiosa, possa risolvere quest’esigenza dell’individuo, d'altronde anche il periodo dei cosiddetti figli dei fiori e della new age che cosa ha portato? Una fratellanza troppo superficiale presto o tardi va in conflitto con le esigenze reali di una nazione. Naturalmente non possiamo tornare all'era primitiva, non possiamo fermare la tecnologia, la scienza, la ricerca. Inevitabilmente noi dobbiamo andare avanti, ma questo andare avanti allontana sempre più le persone fra loro e, quello che io avverto peggio, l’individuo da sé stesso.
Vede, lei ha esordito dicendo “voi dello zen”, in realtà lo zen, se lei lo toglie dalla chiesa buddhista con tutti i suoi meriti e demeriti, non propone proprio nulla. Nessuno e niente può impossessarsi della verità o realtà, come meglio desidera chiamarla. Lo zen lei lo vede quando osserva qualcuno sedersi in quella forma che chiamiamo za-zen. Lei però vede una forma, non potrà mai vedere la “non-forma” che contiene e fa esprimere quella determinata forma. Tuttavia, vedendo una corretta postura di za-zen, possiamo dire: “quella persona sta praticando lo zen”. Lo stesso, se lei prova un sentimento religioso in quale modo lo esprime?
* Comunque lo zen richiede di aderire ad alcune forme.
No. Non chiede di aderire a nessuna forma. Ogni essere vivente ha una forma, gli umani non sono da meno. Il karma degli umani è più complicato di quello degli animali o delle piante perché avendo gli umani sviluppato una forte razionalità possono comportarsi bene o meno, il loro arbitrio sulle cose e su loro stessi è maggiore che in tutte le altre forme di esistenza. Noi tutti abbiamo bisogno di forme, perché la forma è tutto ciò che possiamo vedere. E’ proprio attraverso la forma che cerchiamo di percepire ciò che chiamiamo “contenuto” o “non-forma”. Un'altra cosa: la forma è anche sicurezza. Faccia caso a quanto, in una giornata come oggi, umida, grigia, ci sentiamo rassicurati in questa stanza, al tepore della stufa. Lei si sentirebbe nello stesso modo se fosse in mezzo a un campo, sotto a una quercia? Idealmente forse sì, ma fisicamente no. Noi abbiamo bisogno di vestiti per ricoprire le nostre nudità, per proteggerci dalle intemperie, poi, via via abbiamo imparato a nasconderci dagli altri e abbiamo visto che nascondendoci attraverso abiti e maschere vivevamo meglio, solo dopo molto tempo ci siamo accorti che continuando ad indossare abiti e maschere avevamo dimenticato il nostro vero aspetto….così per ingannare gli altri, abbiamo finito per ingannare anche noi stessi. Se mi permette, oserei dire che lo zen non propone nessun abito, nessuna forma, ma… stranamente, per proporre ciò, passa attraverso la perfezione della forma.
Le voglio fare una domanda: in un mese quante volte lei cambia di abito, una ventina? Di più? Un uomo religioso porta sempre lo stesso abito, quell’unico abito rappresenta tutti gli abiti. E‘ sempre un problema dell’ego, dell’io, non è un problema di vestiti. Io e lei siamo uguali, ma siamo completamente diversi, nel vestire, nel pensare, nel sentire. Quindi abbiamo bisogno, per poter fare la nostra reciproca, vera, autentica esperienza, di attraversare questa cosa, cioè indossare lo stesso abito, e non importa di che colore sia, e praticare la stessa cosa…. Ma è vero che anche dietro un solo ed unico abito è possibile nascondere molte facce…mi capisce vero ?
* Per l'allievo che decide di intraprendere questo cammino quali sono le mete che potrà incontrare?
Potrà sempre più rendersi conto del proprio continuo attaccamento a sé stesso ed ai propri processi mentali, in altre parole, alla sua prigione.
* E la pratica dello zazen in che cosa si differenzia rispetto ad altre pratiche zen?
La pratica dello zazen è la sola pratica indispensabile per una persona interessata allo zen.
* Ma non ci sono anche molte altre strade per giungere al sé? Io ho visto persone realizzarsi nell’arte piuttosto che in altri campi.
Si, certo, io non credo che esista una sola strada, ne esistono diverse, che conducono tutte dalla stessa parte. Ognuno deve trovare la sua strada ma bisogna fare attenzione, un cammino, un percorso è autentico, quando lei riesce alla fine a spogliarsi da tutto ciò che è superfluo rispetto al suo vero io. Se la sua strada è l’arte, alla fine, perché sia autentico il suo cammino, lei dovrà sentirsi un essere disperato nella Via dell’arte. Cioè, alla ricerca sempre maggiore della non-forma dentro la forma. E’ la ricerca della bellezza che le toglierà il sonno. Tradotto in termini artistici potrebbe essere: esprimere la bellezza, che è senza forma, attraverso delle forme, che possono essere i fiori, gli alberi, le montagne, la frutta, una statua, tutto quello che vuole. La forza che ha espresso Michelangelo nel suo Davide o in qualunque altra scultura è questa vita, questa forza, dentro qualcosa di completamente freddo e immobile. Quindi se la sua Via è l’arte, stia pur certa che lei alla fine sarà una persona disperata nel tentativo di esprimere la bellezza, la ‘non-forma’, manifestandola in una ‘forma’, che è il modo attraverso cui si esprimono azioni e pensieri di noi esseri umani e delle creature su questo pianeta. Quando le muore qualcuno che le è caro, lei ha bisogno comunque di affidarsi a un rito per esprimere la sua gratitudine, la sua commozione, il suo sentimento. Quel rito è la forma del suo dolore, della sua tristezza. Ma è lo stesso per la gioia, mi creda. Chi non comprende ciò vaga nel regno dell’instabilità. Non è un problema di essere laici o religiosi. Tutti apparteniamo al regno della ‘non-forma’.
* Quando lei parla di dover andare fino in fondo nella propria disperazione, sembra che si tratti di un percorso estremamente individuale. Come mai allora nella tradizione zen uno dei principi fondamentali è quello di affidarsi alla comunità dei praticanti?
Vede, la comunità di coloro che praticano la via non è una comunità nel senso di “vogliamoci tutti bene”, non è basata sull’opportunismo, non nasce per sostenere le reciproche debolezze, assolutamente no. Per darle un’immagine, è come un bosco dove ogni pianta è ben salda sulle sue radici, e non un insieme di piante che restano in piedi solo perché sono aggrovigliate per le fronde…Ognuno è di fronte alla sua realtà, al rapporto che ha con sé stesso e con gli altri. Il senso dell’individualità deve essere forte, deve essere costruito su delle fondamenta robuste. E’ come dire: Lei deve avere un ego forte, se nella vita vuole concludere qualcosa, ma la direzione che prende il suo ego qual’è? E’ questo il punto. Nella società vediamo che l’energia e l’ego delle persone sono poste nella direzione sbagliata: per vestire questo falso personaggio si segue la moda, la ricchezza, l’automobile vistosa. Ma se lei non ha un forte ego, una forte determinazione, io la chiamo una forte disperazione nell’anima, che è una profonda richiesta, è difficile avanzare tra le insidie della vita. Alla fine il riferimento deve essere la profonda domanda che uno fa a sé stesso. E’ solo attraverso una profonda domanda che un essere umano ha nei confronti di sé stesso, non nei confronti della società, che si può orientare la propria esistenza. Successivamente viene la direzione che nel concreto dà alla sua vita. Non credo che la società sia sbagliata, la società esprime la contemporaneità basandosi sull’esperienza, sul passato. Noi viviamo nel presente, come può far conciliare le due cose? E’ la direzione dell’essere umano ad essere sbagliata, è quando gli esseri umani si aspettano che la società risponda a quelle domande, a quei bisogni, che dovrebbero invece far parte del percorso individuale, allora li sì che appare l’illusione. Ricordi che ogni cosa che l’essere umano fa, la fa basandosi sull’esperienza, e questa è legata al passato. Non potrà mai risolvere qualcosa che avviene qui ed ora, in questo istante, basandosi su ciò che andava bene tempo fa. Noi siamo sempre persone nuove, anche se proveniamo dal passato. Abbiamo bisogno di “essere” presenti alla realtà di noi stessi in ogni istante. La natura vivida ci aiuta e ci sostiene. Basta averne fiducia. Quindi, nel nostro modo di sedere in meditazione, siamo soli con noi stessi, non c’è nessuno che ci sostiene. Non ci sono riti, non ci sono cerimonie, ciascuno è solo con sé stesso, con tutta la sua storia e, affidandosi al momento presente, trascende la sua storia. E’ così che si può gustare il senso della “libertà” Nello stesso istante, quando è così, siamo identici a tutte le esistenze. Nessuna separazione, nessuna differenziazione.
* Se è vero che la cosa fondamentale è il mio desiderio di risvegliarmi, quello che anima la mia ricerca…
Aspetti, la devo interrompere, perché si “dovrebbe” avere questo forte desiderio a risvegliarsi? mi spieghi, che cosa intende per forte desiderio a risvegliarsi? Guardi che quando qualcuno ha nel profondo dell’anima un forte disagio, molto difficilmente riesce dargli una connotazione, non sa se quel disagio nasce dal bisogno di risvegliarsi o di finire nell’oblio, sa solo che ha un tormento nell’anima. La verità è sempre oscura, quindi, forse sarebbe meglio riformulare la domanda: se una persona sente l’esigenza di star bene, se uno ha l’esigenza di sentire il proprio io soddisfatto…Ma questo non ha niente a che vedere con il cammino verso il suo vero modo di essere. Mi spiego: se nell’infanzia lei è stata povera e infelice, è probabile che nella vita cercherà successo e ricchezza. Se nell’infanzia non ha avuto affetto da parte dei genitori, ci sarà sempre una parte di lei insoddisfatta, vulnerabile, fragile, insicura che cercherà affetto a qualsiasi costo. L’io è un’entità bizzarra…vuole sempre qualcosa. Ma spesso proprio le cose che a noi appaiono negative alla fine possono essere la scintilla che fa scaturire una vocazione, una domanda profonda. Quindi la domanda, se mi permette, “se uno sente il desiderio di risvegliarsi…” è una domanda non reale. Reale è: sento di non essere felice, sento un tormento in fondo all’anima che non mi fa gustare attimo per attimo la mia vita. Sento la schiavitù di appartenere ad una società che non mi corrisponde, a un personaggio che sento non essere io, mi sento schiavo di quello che gli altri vogliono da me, delle loro critiche, e via dicendo. Questo lei può sentire, e questo la può indurre a cercare un cammino. Quando cercherà un cammino, vedrà che qualunque cammino si tratti, lei cercherà sempre una persona che l’aiuti, che l’accompagni, perché le Vie che conducono alla liberazione dalla schiavitù del falso ego, non hanno mai le gambe, sono condotte e trasmesse, generazione dopo generazione attraverso uomini, attraverso le persone che hanno visto, vissuto e fatto di questo cammino la loro vita. E’ tutto qui.
* Mi scusi, per concludere, chi afferma che ciascuno deve essere maestro a sé stesso è fuori strada?"
Assolutamente no. Credo sia corretto. Ma cosa significa in realtà essere maestri di sé stessi? Le dirò che non dobbiamo confondere l’arroganza del nostro ego illusorio con la questione della realtà. Il vero e unico maestro è l’attimo presente. Nello zen lo chiamiamo “ Qui ed ora”. Il miracolo della vita si svolge attimo per attimo, e ogni attimo contiene tutto quanto il passato e anche ciò che avverrà. Se possiamo essere liberi dai nostri processi mentali, dai nostri giudizi e pregiudizi e restare tranquilli fiduciosi e silenti in uno stato di assenza di pensiero, lì lei potrà trovare il suo maestro. Sino ad oggi la spinta necessaria verso questa dimensione la si è chiamata fede. Oggi, visto che il termine fede è stato completamente monopolizzato dalle chiese di tutto il mondo che ne hanno data una loro interpretazione, potremmo definirla fiducia. Per nutrire fiducia abbiamo necessariamente bisogno di essere calmi interiormente, ottimisti, aperti e disponibili verso tutto, tenere una mente aperta. Questa a parer mio è la più grande preghiera e atto di devozione.
Crede possiamo concludere qui?
* Si, la ringrazio.
Sono io che la ringrazio.
Maria Antonietta Ricci
Note:
1. Le quattro nobili verità: La verità del dolore, la verità dell’origine del dolore, la verità della cessazione del dolore, la verità della via che porta alla cessazione del dolore.
2. Il nobile ottuplice sentiero: La retta visione, la retta intenzione, a retta parola, la retta azione, il retto modo di vivere, il retto sforzo, la retta presenza mentale, la retta concentrazione
“La verità del dolore, la verità dell’origine del dolore, la verità della cessazione del dolore, la verità della via che porta alla cessazione del dolore” (n.d.r.)
Il nobile ottuplice sentiero consiste di: “La retta visione, la retta intenzione, la retta parola, la retta azione, il retto modo di vivere, il retto sforzo, la retta presenza mentale, la retta concentrazione”. (n.d.r.)
|
|